Quando la centralità dell’ambiente è un prodotto che ancora non vende

Fonderia e ambiente rappresentano un binomio indissolubile, spesso erroneamente inteso in termini di facile antagonismo. Chiunque viva vicino a una fonderia, la guarda infatti con occhio critico, cercando magari l’occasione giusta per cercarsi un altro posto dove vivere. Però, ad essere onesti, dello stesso disprezzo sono fatti degni acciaierie, centrali termiche, grandi impianti produttivi, senza contare raffinerie, impianti chimici e inceneritori. Indubbiamente produrre, crescere e vivere vuol dire alterare il nostro ambiente. Allo stesso tempo, modificare tale ambiente equivale a ritrovarsi un posto diverso, e spesso meno piacevole, dove vivere. La fonderia, tuttavia, ha una carta inattesa da giocarsi. Anzi, forse due. La prima è che i processi fusori sono direttamente coinvolti nel riciclaggio dei materiali metallici. Di solito, le fusioni contengono non meno del 30% di materiale proveniente da rottami. Il che equivale a dire che circa un terzo dei getti che circolano sono stati realizzati senza estrarre nulla, ma solo evitando di conferire in discarica del metallo altrimenti prezioso. E questa percentuale potrebbe persino aumentare di molto qualora si arrivasse a gestire la filiera del recupero in modo controllato ed efficiente. In particolare, sarebbe importante intervenire per assicurare una qualità costante (in termini metallurgici) del prodotto di recupero, ma anche per dare un giusto valore a questo sforzo di recupero. L’altra carta da giocarsi è nel fatto che, sarà per ridurre i costi, sarà per l’abitudine a innovarsi, gran parte degli investimenti nelle fonderie moderne sono rivolte alla riduzione dell’impatto energetico. Spendere meno energia, attraverso interventi razionali e mirati, non è solo un modo per risparmiare, ma anche per adattarsi meglio alle reali necessità. Bruciare meno, significa spesso bruciare meglio. Recuperi di calore, minimizzazione delle attese, tagli nei transitori termici, ottimizzazione delle temperature di colata, eliminazione delle inerzie produttive, non consentono solo di risparmiare. Permettono anche di riorganizzare impianti e produzione verso una sorta di nuovo “imprinting ecologico” del processo fusorio.

Entwicklung stresstoleranter Pflanzenkulturen

Girando tra le fonderie italiane, ne nasce un’impressione che la necessità di salvaguardare l’ambiente, per quanto possibile, è data ormai pressoché per scontata. Non si discute più se dare seguito o meno a un certo intervento di energy saving, né a quali vantaggi finanziari si andrà in conto. Persino quando si tratta di chiarire, nero su bianco, il presunto ritorno sugli investimenti, i conti diventano più indefiniti e si tende ad accettare, molto più che nel passato, un eventuale extra costo ambientale. Da un lato questa nuova prospettiva di industria non potrà che fare contento l’ambiente come chiunque viva nelle vicinanze della fonderia. Ma, dall’altro lato, se lasciata senza supporto, questa strategia produttiva non potrà che rendere i prodotti meno competitivi rispetto a una concorrenza basata sull’assenza di regole. Visto che, nonostante i recenti tentativi di alcuni Paesi, con ogni probabilità sarà impossibile gestire un mondo così ampio e globalizzato in termini di dazi e vincoli, la fonderia dovrebbe agire per salvaguardare se stessa. Sono anni, ad esempio, che si parla di associare ai prodotti di fusione un’etichetta di “Energia Grigia” (embodied energy) intesa come la quantità di energia necessaria per produrre e trasportare fino al luogo di utilizzo di un prodotto. Esperienze simili esistono per le abitazioni, gli elettrodomestici a cui si stanno per aggiungere mobili, autovetture, ceramiche e tanto altro. In ognuno di questi casi, l’introduzione di una EcoLabel ha permesso di proteggere i mercati più evoluti contro una concorrenza spesso sleale. Nel caso della fonderia, l’etichetta andrebbe a contenere anche l’aspetto del recupero di materiale supportando ancora meglio lo sviluppo di un’economia circolare e sostenibile. Si tratta, però, di rendere finalmente centrale l’ambiente quale fattore trainante del mercato.

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