Più efficienti con l’energy manager

Dario Di Santo, direttore di Fire, la Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia)

Per aumentare la loro competitività le aziende hanno agito in questi ultimi anni sui fronti più diversi. La volontà di ridurre i costi e gli sprechi si è tradotta anche nelle attività di adeguamento di processi industriali troppo energivori. Azioni integrate, finalizzate a un miglioramento produttivo la cui buona riuscita necessita di professionalità capaci di coniugare differenti competenze tecniche.

La difficile congiuntura che ha accompagnato il settore industriale in questi ultimi anni ha imposto alle aziende politiche rigorose, tutti incentrate sul contenimento dei costi e degli sprechi. Uno scenario che include anche il delicato aspetto legato all’energia a cui ogni realtà produttiva deve giocoforza ricorrere per i propri processi. Tutto ciò senza dimenticare che se si tratta di energia elettrica: ogni imprenditore italiano deve mettere in conto che lo Stivale risulta tra i luoghi in cui la stessa si ottiene a più caro prezzo. Per colpa dell’elevato livello dei prezzi dell’elettricità in Italia, le nostre imprese devono recuperare uno svantaggio competitivo dell’ordine del 20-25% (con punte anche vicine al 30%) rispetto agli altri grandi paesi produttori europei. Senza dimenticare che per ottemperare alle normative e agli obiettivi sia nazionali sia internazionali a salvaguardia dell’ambiente, vengono inoltre imposte alle stesse aziende richieste di adeguamento tecnologico e di processo, proprio finalizzato al contenimento energetico. In questo contesto la gestione delle fonti di energia nelle attività di tipo industriale è regolamentata dalla legge 10/1991 la quale, all’articolo 19, prevede la presenza dell’energy manager, laddove vi siano consumi rilevanti. Il tessuto industriale italiano è tuttavia come ben noto caratterizzato da imprese di piccole e medie dimensioni che comunque potrebbero trarre grandi benefici nella razionalizzazione dei consumi divenendo, in sintesi, più efficienti e competitivi. Attraverso interventi cost-effective si potrebbero registrare infatti (a fronte di budget contenuti) importanti risparmi nel tempo. Interventi che possono essere gestiti proprio dall’energy manager, a garanzia di un miglioramento delle possibilità di investimento tecnologico e di possibili risparmi in processi energivori. Per fare il punto sulle possibilità di migliorare questa situazione abbiamo incontrato Dario Di Santo, direttore di Fire (Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia), al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Tre aree per migliorare l’efficienza energetica

Quali sono le opportunità e i benefici che un energy manager può portare oggi a un’azienda, tenendo conto dello scenario, come già ribadito, che vede per l’Italia un costo energetico non di certo (in Europa) tra i migliori, e con una situazione generale che impone radicali e drastici interventi atti a ottimizzare i processi produttivi? «Gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica», ha dichiarato Di Santo «si possono classificare in tre aree: eliminazione degli sprechi e gestione ottimizzata degli impianti, sostituzione di alcune tecnologie diffuse in tutti i processi industriali, quali per esempio i motori elettrici, le pompe e i compressori, l’illuminazione e così via, con altre più efficienti azioni mirate al processo industriale. La prima tipologia è praticamente sempre presente, e consente di ottenere qualche punto percentuale di miglioramento a costo sostanzialmente nullo, specie in aziende che non abbiano curato il tema dell’energia negli ultimi anni. La seconda ugualmente è sempre disponibile, ma la concreta applicabilità va valutata caso per caso e, anche in questo caso, si parla di qualche punto percentuale. La terza è quella che può portare ai risparmi più consistenti e coniugarsi con le esigenze di ricerca della competitività delle organizzazioni industriali».

In tutti i casi, il ruolo di un bravo e qualificato energy manager risulta alquanto determinante per ottenere dei buoni risultati. Dal momento che l’energia è un tema orizzontale in un’organizzazione, e visto che investe diverse funzioni interne, per ottenere i risultati migliori è però opportuno che l’azienda si doti di un sistema di gestione aziendale secondo la norma Iso 50001, nel quale lo stesso energy manager svolga le funzioni di responsabile.

«Le esperienze internazionali», ha aggiunto Di Santo, «mostrano infatti che un sistema di gestione dell’energia consente di ottenere riduzioni dei consumi crescenti nel corso degli anni. E se in Italia l’alto costo dell’energia rappresenti di fatto un handicap per le aziende, allo stesso modo esso contribuisce a rendere ancora più conveniente l’efficienza energetica. Dunque, a maggiore ragione, è importante dedicare attenzione al tema e poter contare su un energy manager esperto e preparato».

Dall’obbligo legislativo alla strategia di crescita

Know-how e competenze di figure professionali preparate che tuttavia non sempre trovano immediato riscontro e interesse laddove non vi sia un diretto obbligo legislativo. Le aziende italiane ritengono dunque ancora strategico per la loro crescita attuare azioni orientate all’efficientamento energetico? Quali i tempi di ritorno?

«Le nostre aziende», ha proseguito Di Santo, «ritengono ancora strategico per la loro crescita questo tipo di approccio. La risposta è dunque positiva, purché ovviamente l’azienda considerata creda in un futuro in questo Paese. Chi ragiona in un’ottica di medio periodo, ma anche di breve termine per alcuni interventi, non può che pensare all’efficienza energetica come un valido alleato. Il discorso cambia per chi si trova in difficoltà molto serie che richiedono un cambio drastico di rotta, per esempio nuovi processi produttivi per nuovi prodotti. In questo caso l’efficienza energetica non va dimenticata al momento delle decisioni di acquisto dei nuovi macchinari».

Proprio perché nel nostro Paese l’energia costa molto, è essenziale che gli uffici acquisti, in coordinamento con l’energy manager, redigano delle specifiche di acquisto che assicurino l’impiego di componenti a basso consumo. Una volta scelto, infatti, è difficile e più oneroso intervenire in retrofit e ci si troverebbe a dover affrontare costi di utilizzo più elevati, a fronte di una minore spesa iniziale che difficilmente si giustifica in un’ottica di Lcca, Life cycle cost analysis, ovvero analisi del costo nel ciclo di vita (o Tco, Total Cost of Ownership), strumento economico che permette di valutare tutti i costi relativi a un determinato componente o sistema, dalla sua nascita alla sua dismissione.

«I tempi di ritorno per gli interventi di sostituzione delle tecnologie orizzontali», ha sottolineato Di Santo, «sono spesso inferiori a 2-3 anni, per cui sono in genere accettabili, anche se è utile segnalare che non mancano casi inferiori ai 12 mesi. Gli interventi sul processo possono presentare caratteristiche equivalenti o richiedere più tempo, in funzione di cosa viene cambiato e dello sfruttamento del processo stesso».

Talora più che il tempo di ritorno bisognerebbe considerare il Van, Valore annuale netto, piuttosto che il Tir, ovvero il Tasso interno di rendimento; indicatori economici in grado di fornire un’indicazione più corretta della redditività dell’investimento considerato.

Competenze in sinergia

Il valore aggiunto che la figura dell’energy manager è in grado offrire in termini di maggiore efficienza produttiva e competitività è chiaro. Se per realtà di considerevoli dimensioni tale figura professionale risulti (quasi) obbligatoriamente presente per ovvi motivi, in aziende di dimensioni più contenute ciò potrebbe non essere vero. Ma più in generale, quali sono i vantaggi per l’azienda e quali le possibilità d’impiego nel caso lo stesso energy manager ricopra il ruolo di dipendente oppure quello di consulente esterno?

«In genere», ha riflettuto Di Santo, «conviene avere un energy manager interno, che può non essere un tecnologo, ma che è importante abbia un inquadramento aziendale sufficientemente elevato da consentirgli di avere contatti frequenti con i vertici e i quadri. Ovviamente nel caso non sia esperto di energy management si avvarrà di esperti interni o esterni all’azienda. La scelta di un energy manager esterno, prevista dalla legge 10/91, ha senso solo per le organizzazioni piccole. Soprattutto nell’industria, infatti, una risorsa interna a conoscenza delle dinamiche aziendali può fare la differenza e coniugare uso intelligente dell’energia e processi industriali».

Per quanto riguarda il profilo di questa figura professionale è in ogni caso importante che unisca competenze tecniche con basi di economia (ciò per evidenziare le ricadute economiche degli interventi di efficientamento), ecologia (per le ovvie sinergie fra energia ed emissioni di Co2) e comunicazione (la materia è complessa ed è importante trasferirla nei modi giusti ai decisori).

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