L’ombra della crisi sulle Pmi fusorie dell’India

(da: Iifsr.in)

(da: Iifsr.in)

Con un valore da 12 miliardi di dollari l’industria fusoria indiana è per l’80% fatta da player piccoli e medi e secondo il presidente della sigla del settore (Institute of Indian foundrymen o Iif) Reena Bhagwati sarebbe in sofferenza. L’esponente di Iif, che è anche al vertice di Bhagwati Autocast Ltd, ha infatti calcolato un utilizzo complessivo degli impianti attorno solamente al 50-55% fra i fornitori del settore automotive, stando a quanto riportato da fonti di stampa indiane, contro il 70% medio dell’intero settore. In ogni caso, una soglia troppo bassa. Il dato allarma anche perché proprio il comparto dei trasporti a assorbito sinora, e tradizionalmente, circa il 32% della produzione fusoria, contro le quote oscillanti fra il 5% e il 9% di aree quali l’energia, il ferroviario, le macchine utensili e la sanità.
Interpellati da organi di informazione indiani in lingua inglese alcuni fornitori di primo piano di costruttori globali come Tata o Suzuki hanno affermato di essere ormai prossimi a un uso degli impianti inferiore al 50%, altri hanno patito decrementi minori nonostante il calo del 15% del segmento della trazione.
Impossibilitate oggi a investire in automazione e allo stesso tempo a trovare capitale umano formato adeguatamente, ma forzate a conservare gli standard qualitativi elevati richiesti dal mondo auto, i fonditori indiani fanno anche i conti con tassi di errore e mancata accettazione impennatisi oltre il consueto 10-15%, col timore di ripercussioni sulle commesse.

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