L’editoriale: quelle curiose telefonate

(da: researchitaly.it)

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A volte ricevo delle curiose telefonate in cui qualche personaggio di una azienda (un impiegato? Un dirigente?) mi chiede di collaborare con la sua società e di cominciare questa collaborazione attraverso l’inserimento di studenti per tesi di laurea o tirocini. Da cosa nasce cosa, si sa.
Far nascere un rapporto di collaborazione con l’università attraverso uno studente non è di per sé un errore, ma non inquadra il problema del tempo. Perché uno studente si laurei ci vogliono sei mesi, perché si impratichisca del processo fusorio ci vuole un anno, per definire un progetto di ricerca ci vogliono mesi di discussione con il capo, per fare un bando ci vogliono altri sei mesi (anche i bandi hanno i loro tempi), perché venga approvato altri sei-dodici, poi finalmente si parte con il rapporto di collaborazione.
In tre anni e mezzo potreste finalmente riuscire a collaborare con l’ente di ricerca e in cinque sei si può arrivare al termine di un progetto, che è il motivo stesso per il quale vi siete mossi. Sempre che l’ex studente non si licenzi (tutti lo fanno nei primi tre anni e mezzo), il bando esca (a volte non escono bandi adatti), il progetto passi (ne passa uno su quattro o meno).
Poiché non è cortese rispondere in questi termini alla persona che mi ha cercato, cerco di glissare sulla difficoltà di trovare degli studenti in questo periodo (è vero) perché anche se c’è la crisi gli studenti di ingegneria prendono il volo come fringuelli ben prima della tesi.
Quindi come possiamo collaborare? Qui posso solo fare ricorso a quello che ho visto. In tutti i casi in cui la cosa ha funzionato, quello che ho visto è stata una fortissima determinazione da parte di un imprenditore a ottenere una superiorità tecnologica rispetto ai suoi concorrenti. Senza questa determinazione non si va lontano, non si superano le difficoltà legate ai finanziamenti scarsi, ai bandi in ritardo, alle persone sbagliate, ai clienti che non riconoscono il valore del prodotto.
Ma c’è un modo per non passare tre anni e mezzo inutilmente e avviare una collaborazione che arrivi di sicuro ad un risultato tangibile, ed è quello di attivare un dottorato di ricerca industriale. I dettagli li trovate in un articolo su questo numero, ma l’idea è di fare allo stesso tempo il training di un ragazzo in gamba e il progetto di ricerca, con l’aiuto di un tutor universitario.
I costi sono la metà di quelli che sosterreste per assumere una persona già formata e alla fine dei tre anni avrete formato un professionista che conosce a fondo il vostro processo, che può parlare con i clienti più tecnici (col vostro aiuto), che sa come fare a consultare le banche dati, che sarà il vostro interlocutore con l’ente di ricerca e con cui vi potrete confrontare per decidere i prossimi passi.
Non sarà una superiorità tecnologica, ma è un buon inizio. Punti deboli? Trovare la persona che accetti di essere pagata così poco per fare un lavoro così importante. Ma, straordinario a dirsi, si trova quasi sempre, con pazienza e tenacia, naturalmente.

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