L’acciaio e l’industria nel 2030: le riflessioni di Siderweb

(da: ansa.it)

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Il futuro dell’acciaio nei prossimi quindici anni sarà determinato dalle trasformazioni della società contemporanea. Il futuro dell’industria dell’acciaio in Italia sarà determinato dalla capacità dei suoi protagonisti di pensare la filiera. Sono questi i due principali messaggi che Siderweb ha lanciato all’apertura del percorso Industria e Acciaio 2030
«In Italia ci sono circa cento produttori di acciaio, 1.500 tra distributori, centri servizio e commercianti, 1.000 imprese che raccolgono e conferiscono rottame alle acciaierie. Ma ci sono, pensate, 250 mila imprese che utilizzano acciaio nei loro processi. Non possiamo continuare a non comunicare e a vivere in mondi separati. Per uscire dalla trappola del declino non abbiamo che una strada: condividere in modo trasparente informazioni, idee conoscenze e visioni. […] Dobbiamo pensarci soprattutto in termini di filiera, e ricordarci più spesso che le filiere operano nei territori, sono fatte di persone prima che di impianti, macchinari e capannoni»
Queste sono le parole che sono state pronunciate da Emanuele Morandi, presidente di Siderweb, nel discorso di apertura di un recente convegno tenuto a Milano. L’incontro per avviare il percorso che Siderweb, community italiana dell’acciaio, ha voluto chiamare INDUSTRIA E ACCIAIO 2030: un anno o poco meno di dibattiti e confronti tra gli stakeholder della filiera dell’acciaio sulle tematiche dell’innovazione (prodotto, processo, strategia), delle politiche energetiche e ambientali, dei nuovi modelli di sviluppo e sistemi di governance del futuro, delle evoluzioni della distribuzione e della logistica. Industria e Acciaio 2030 è un tentativo organizzato di vedere al di là dell’immediato – e talvolta sconfortante – presente, per immaginare e per progettare il mondo della produzione, della distribuzione e del consumo di acciaio come sarà, come potrebbe essere, come dovrebbe essere, tra la terza e la quarta decade del ventunesimo secolo. E il convegno ha dato inizio ai lavori dimostrando in modo convincente che il futuro del mondo dell’acciaio potrà essere compreso solo se prima si sarà capito qualcosa del futuro del mondo.

Strange new world
Domenico De Masi è professore di sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma. Suo l’intervento dedicato all’analisi dei grandi trend al 2030: selezionati alcuni temi chiave che avranno prevedibilmente rilevanti evoluzioni, e impatteranno in modo significativo sui modi di vita, di produzione, distribuzione, consumo (anche di acciaio), De Masi ha delineato attraverso di essi un’immagine attendibile del mondo del 2030. Ne citiamo solo alcuni.
Economia. Irreversibile la crescita dei mercati emergenti e declino dell’occidente; «non siamo in presenza di una crisi», che è un evento transitorio, «è una ridistribuzione mondiale della ricchezza». «L’occidente», ha proseguito De Masi, «nel 2030 avrà ridotto del 15% il proprio potere d’acquisto; il Primo mondo conserverà il primato nella produzione di idee; i paesi emergenti produrranno soprattutto beni materiali; il Terzo mondo fornirà materie prime e manodopera a basso costo».
Lavoro. «Nel 2030 molti lavori manuali e molti lavori intellettuali ma esecutivi saranno assorbiti dalle macchine, trasferiti nei paesi emergenti o affidati a immigrati; la distribuzione della ricchezza, del lavoro, del sapere, del potere, delle opportunità e delle tutele provocherà conflitti».
E poi, tempo libero, etica, estetica, cultura, androginia. Disporremo di molte più ore di tempo libero sapremo farne uso? «Occorrerà dunque formarci al tempo libero, fin da oggi, più di quanto usiamo formarci al tempo di lavoro». Poiché nel settore terziario il vantaggio competitivo dipende dall’affidabilità e dalla qualità delle prestazioni, la società postindustriale «sarà più onesta e trasparente di quella industriale». L’alta qualità della tecnologia sarà un prerequisito ovvio, perciò «la qualità formale degli oggetti interesserà più della loro scontata perfezione tecnica. L’estetica diventerà uno dei principali fattori competitivi». «L’istruzione sarà intesa come formazione permanente». Infine, «i valori femminili (estetica, soggettività, emotività, flessibilità) avranno colonizzato anche gli uomini; negli stili di vita prevarrà l’androginia».

Dai droni alle lattine
Dipak R. Pant, docente di antropologia e sistemi economici comparati all’Università Carlo Cattaneo ha offerto un’analisi altrettanto stimolante, e focalizzata sugli scenari evolutivi con diretta influenza sulla domanda mondiale di acciaio. Per lo sviluppo del Terzo mondo l’Onu incentiva meccanismi di “sviluppo pulito” basati su materiale riciclabile, e l’acciaio è il materiale più eco-compatibile.
L’acciaio ha inoltre un grande ruolo da svolgere nella mobilità sostenibile (mobilità intermodale con più spazio al traffico non motorizzato).
«Il costo della gestione dei rifiuti è in aumento in tutto il mondo; ci sarà più riciclo, e i prodotti monomateriale saranno preferiti perché più facilmente riciclabili»
E qual è il materiale più riciclabile? L’acciaio. Che giocherà un ruolo centrale anche nello sviluppo delle energie rinnovabili, sviluppo spinto dal cambiamento dei paradigmi economici, geopolitici, ambientali e culturali. E nelle attività belliche, anch’esse investite da un cambio di paradigma che esalta il ruolo delle tecnologie avanzate con ampio uso di macchine senza uomini come i droni. Di questi ultimi è prevedibile anche l’affermazione nel campo civile: agricoltura di precisione, trasporto merci veloce in piccola scala, estrazione mineraria, ricerca e soccorso, altro ancora.
Basta così? No. Anche sul fronte dei business ci sono segnali interessanti.
Fallita l’integrazione verticale (dall’estrazione alla produzione) «si vedono buone opportunità di diversificazione orizzontale e di migliore coordinamento con i produttori che vendono all’utente finale: su piccola scala, versatilità, diversificazione, multi-purpose, on-demand …». Guardiamo anche il settore agro-alimentare: «i contenitori in acciaio per alimenti offrono vantaggi durante tutto il loro ciclo di vita, conservano inalterate le qualità degli alimenti e possono essere realizzati in acciaio riciclato: e la loro riciclabilità è di gran lunga superiore a quella di ogni altro materiale di confezionamento alimentare». Nuove opportunità vengono anche dalle trasformazioni dei mercati delle utilities (elettricità, gas, acqua …). Sul fronte macroeconomico, impulsi all’industria siderurgica verranno dalle attese azioni di stimolo dell’Unione Europea e degli Stati uniti d’America; in Giappone, dove queste azioni sono già state fatte, i successi sono notevoli.

Valore aggiunto e catene globali
L’evoluzione al 2030 del settore manifatturiero mondiale è stato l’oggetto dell’intervento di Giorgio Barba Navaretti, professore ordinario di economia politica all’Università degli Studi di Milano.
L’esordio di Barba Navaretti ha corretto in senso più ottimista le considerazioni economiche di De Masi: è vero che nei paesi avanzati c’è un rallentamento strutturale; ma è un fenomeno che si può ricondurre alla convergenza tra paesi poveri e paesi ricchi: i paesi poveri crescono più velocemente appunto perché sono più poveri, mentre per quelli ricchi, che hanno già raggiunto un grado elevato di benessere, la crescita è più lenta. Il problema italiano, dalla metà degli anni Novanta, è non riuscire a tenere il passo con altri paesi, come gli Stati uniti, che sono più ricchi di noi ma crescono comunque più velocemente. Come ritrovare la strada della crescita? Cerchiamo intanto di capire le tendenze in atto nel settore manifatturiero.
Nell’ultimo mezzo secolo nel mondo la quota di valore aggiunto (aumento di valore che si ottiene nelle varie fasi dei processi di produzione e distribuzione di beni e servizi, partendo da beni e risorse primarie iniziali per arrivare ai prodotti finiti) della manifattura è diminuita notevolmente a vantaggio di quella dei servizi. Ma attenzione a due fenomeni interessanti.
Primo, ogni macro-area fa storia a sé; tra 1963 e 2008 le quote di valore aggiunto manifatturiero di Africa e Sud America sono restate esigue; Europa stabile attorno al 30%, con moderate fluttuazioni (un massimo alla metà degli anni Settanta e un minimo attorno al Duemila, con successiva ripresa); Usa e Asia hanno avuto storie opposte in modo quasi perfettamente speculare: da un circa 60% dei primi e meno di 10% della seconda, si trovavano nel 2008 a valori vicini a quel 30% che era anche, dicevamo, il valore della quota europea.
Secondo, la quota di valore aggiunto della manifattura è sì diminuita, ma il valore assoluto è aumentato; insomma le attività manifatturiere sono cresciute meno dei servizi, ma sono cresciute. Anche qui la geografia è differenziata: non tutte le macro-aree sono cresciute nella stessa misura; ma: tutte le macro-regioni sono cresciute. Africa pochissimo, Sud America un po’ meglio, Nord America, Europa e Asia in misura notevole (spettacolare, ça va sans dire, la crescita asiatica). Queste ultime tre regioni al 2008 producevano una quantità di valore aggiunto di entità circa 1.500 miliardi di dollari (valore di riferimento il dollaro del 1982); nessuna di loro nel 1963 superava i 700 miliardi.
L’occupazione nel settore manifatturiero ha avuto un andamento diverso: «a partire dall’inizio degli anni Ottanta, l’Asia è diventata il principale datore di lavoro manifatturiero in termini sia di numero di addetti, sia di quote; l’occupazione manifatturiera si è invece ridotta gradualmente in Europa e negli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni Settanta».
Però, e questo punto è particolarmente interessante e certamente meno noto, «l’Asia rimane ancora indietro rispetto al Nord America, all’Europa e anche al Sud America in termini di produttività del lavoro misurata come valore aggiunto per addetto»: ancora tra 1963 e 2008, il valore aggiunto medio per addetto (in dollari del 1982) è passato in Europa da 10 mila a 40 mila, e nel Nord America addirittura da 40 mila a 100 mila; le altre tre macro-aree anno avuto crescite modeste, e nel 2008 i valori erano tra 12 mila e 20 mila.

L’Asia è vicina
Se nei Settanta e Ottanta la (notevole) crescita – essenzialmente giapponese – è spiegata sia dalla crescita di produttività (valore aggiunto per addetto) sia dalla crescita di occupazione, negli anni Novanta la situazione comincia a modificarsi, e cambia radicalmente nel decennio Duemila. Nel decennio cinese” la crescita del valore aggiunto è dovuta solo a «un effetto dimensionale di aumento dell’occupazione»; nello stesso periodo in Europa e Nord America il valore aggiunto continua ad aumentare mentre l’occupazione diminuisce (insomma deriva solo da aumento di produttività). Questa allora la sintesi provvisoria di Barba Navaretti: «il futuro della manifattura dei paesi industriali più avanzati, se ci sarà, sarà un futuro ad alto contenuto di valore aggiunto e a basso contenuto di occupazione; ma continuerà a esserci lavoro anche nelle fabbriche. Non ci sarà mai un trasferimento totale dell’industria verso i paesi emergenti: non ci può essere un trasferimento di manifattura basato soltanto sul basso costo del lavoro. Questo è stato un driver importante di delocalizzazione per una certa fase industriale ma non può continuare a esserlo, non lo sarà per sempre. La vera partita si giocherà sul valore aggiunto: anche la Cina inizierà a produrre più valore aggiunto, anche la Polonia, la Romania, il Messico. Quello sarà un altro tipo di sfida».
Come è distribuito il valore aggiunto nelle catene globali?
Le esportazioni di ogni paese contengono una quota di valore aggiunto che vi è stato immesso in fasi dei processi produttivi che hanno avuto luogo oltre confine. E nelle economie mature questa quota tende a essere più bassa (detto altrimenti, fanno maggior uso di valore aggiunto domestico); qualche numero, al 2009 (dati % approssimati): Usa 12, Giappone 15, Italia 20, Germania 27, Messico 30, Cina 33, Ungheria 40. Nei paesi emergenti, insomma, è più grande che nei paesi avanzati la parte di attività produttiva consistente nel trasformare input provenienti dall’estero. Molte economie hanno usato la trasformazione di beni importati per svilupparsi industrialmente e entrare in settori più avanzati (ad esempio la Corea del Sud). Guardiamo ora alla struttura industriale della Cina: nel periodo 1995-2009 elettronica, automotive e chimica sono stati i settori con maggiore tasso di sviluppo in termini di fatturato; ma se si guarda alla crescita di valore aggiunto troviamo questi settori classificati rispettivamente al sesto, undicesimo e quindicesimo posto, mentre ai primi tre stanno tre settori decisamente tradizionali come alimentari, siderurgia e legname.
In sintesi: la geografia del valore aggiunto industriale e quella dell’occupazione industriale non coincidono, anzi sono molto diverse. I paesi emergenti hanno mercati molto grandi e in veloce crescita, e in questo senso certamente ci sarà sempre più produzione in quei paesi, ma questo non significa che non ci sarà più industria nei nostri. La cosa fondamentale è che è necessario fare sempre più attività industriali ad alto e crescente valore aggiunto.
Ci sarà convergenza?
Sì, è possibile e probabile che i paesi emergenti arriveranno ad un alto livello di produttività per addetto, e perciò «la concorrenza in futuro si farà sulle attività ad alto valore aggiunto; non sul costo del lavoro». Ma competere sul valore aggiunto è, per noi del mondo industriale avanzato, decisamente meglio che competere sul costo del lavoro, dove la gara è persa in partenza.

Incorporare il concetto di limite
«L’innovazione collaborativa rappresenta una marcia in più per l’azienda: più si è, più si lavora, migliori risultati si ottengono».
Lo ha detto Stefano Scaglia, Amministratore delegato dell’azienda di lavorazioni meccaniche che porta il nome della sua famiglia e promotore dell’Associazione fabbrica intelligente Lombardia.
La collaborazione tra imprese e università, e tra imprese dello stesso settore, è la chiave di accesso al rilancio della competitività: messaggio che Siderweb manda da tempo. Il racconto di Scaglia, con i suoi protagonisti e i suoi concetti centrali – Confindustria, università, Regione Lombardia, nuove tecnologie, customizzazione di massa, fabbrica intelligente, cluster tecnologici – è stato (anche) una buona introduzione alla parte finale del convegno, quella in cui il sociologo Aldo Bonomi ha introdotto e commentato i risultati della recente indagine esplorativa tra le associazioni di categoria della filiera, indagine che Siderweb ha affidato al consorzio AAster diretto dallo stesso Bonomi.
Ci limitiamo a riportare alcuni dei punti più interessanti e le principali questioni poste dal sociologo .
La storia dell’acciaio ai tempi di Lucchini è tutta dentro il fordismo e dentro l’acciaieria. Oggi siamo dentro una crisi che è una metamorfosi, non è un semplice attraversamento; è una trasformazione economica, di modelli di produzione, società, forme di rappresentanza. Bisogna capire la discontinuità rispetto al modello di Lucchini, ed essere consapevoli delle ideologie con le quali viene interpretato il presente: quella della decrescita (felice), del disconoscimento del debito (usciamo dall’Euro), della sottovalutazione (qualche mossa finanziaria e tutto si aggiusta); e, quarta ideologia – che Bonomi indica alla particolare attenzione dei convenuti – quella secondo la quale siamo di fronte a un cambiamento del modello produttivo della globalizzazione, in direzione della green economy. E questa non è, ha sottolineato Bonomi, una produzione ambientalista: è invece il capitalismo che incorpora il concetto del limite nel suo modello produttivo.
Il ciclo dell’acciaio è in grado di rapportarsi a un processo di innovazione e cambiamento che incorpori il concetto di limite? Parliamo di ricostruzione della filiera. Cento produttori, 1.500 o 2.000 distributori, 250 o 300 mila utilizzatori.
Il problema è ricostruire il posizionamento dei produttori nella filiera. Ai tempi di Lucchini ricostruire la filiera non era affatto necessario: «il problema era produrre, produrre, produrre acciaio dentro un ciclo completamente espansivo»; non c’era il problema del limite, né di quello ambientale né di quello implicito nel dover tenere in conto i 300 mila utilizzatori finali.
C’è una coscienza, nel tessuto produttivo, di questa discontinuità? Sì, a leggere i risultati dell’indagine effettuata da AAster. Alla domanda «come vedete il posizionamento del sistema Italia dentro l’attuale metamorfosi?» Solo il 12% degli intervistati prevedono l’Italia avviata verso il declino; il 44% ritiene che manterremo la leadership in alcuni settori (agroalimentare, moda, design, turismo), e il 38% ritiene che l’Italia conserverà il suo ruolo di grande paese industriale, seconda nazione manifatturiera in Europa. Riuscirete a contribuire a un nuovo modello di made in Europe?
Il destino delle piccole e medie imprese e dei distretti è fondamentale per il ciclo dell’acciaio, e viceversa se non c’è acciaio non esistono tantissimi distretti. Per la prima volta la reputazione dei signori delle ferriere è legata all’idea di made in Italy; che non è solo turismo, agroalimentare, moda, bellezza, è anche manifattura.
Ecco i problemi principali incontrati in questa trasformazione, e che l’indagine ha evidenziato: scarsa cooperazione tra imprese, mancanza di strategia di lungo periodo, sottocapitalizzazione. E, quarto problema altrettanto grave, la crisi profonda del sistema di rappresentanza, troppo polverizzato (rappresentanze dei produttori, dei distributori, degli utilizzatori); è indispensabile un mutamento profondo della rappresentanza per ricostruire la filiera nella sua integrità.
E infatti quali sono le principali esigenze espresse dalle aziende intervistate?
Rafforzamento dell’offerta di servizi innovativi; supporto allo sviluppo di reti di imprese; supporto nella ricerca di nuovi mercati e nei processi di innovazione. Il problema del cambiamento non è il costo del lavoro; è quello di saper sviluppare una cultura d’impresa che non guardi solo alla catena del valore ma alla ragnatela del valore, alla complessa rete di relazioni che innerva l’intera filiera.
Concludiamo con una citazione dall’abstract dei risultati dell’indagine, che è anche una buona sintesi del pensiero di Siderweb attorno a Industria e Acciaio 2030: «Percepirsi come filiera significa riconoscere istanze e prospettive comuni, ma anche parlarsi, far circolare informazioni e idee, riconoscersi come parti diverse di un unico sistema, la cui crescita è un beneficio per tutti, e non solo per una parte di esso. Riconoscere le interdipendenze esistenti, e non solo le conflittualità e le tensioni interne al sistema, diventa pertanto cruciale per far si che la filiera si riconosca come tale, e come tale progetti la sua evoluzione e il suo sviluppo futuro».

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