La laurea al tempo della crisi

 

Il conto a carico delle nuove generazioni, ai tempi della grande crisi e in termini di formazione, consiste in una disoccupazione prolungata e in un inserimento lavorativo iniziale non soddisfacente, soprattutto per chi proviene da famiglie meno favorite. Il tasso di disoccupazione giovanile, ha confermato l’Istat, è cresciuto di 10 punti in quattro anni, di cinque solo nell’ultimo, interessando maggiormente chi ha un titolo di studio più basso. Istat ha rilevato che in Italia «la laurea molto più del diploma si sta rivelando una forma di assicurazione contro le crescenti difficoltà del mercato del lavoro».

Educazione come investimento
Eppure in Italia il rendimento dell’investimento in istruzione risulta ancora basso, cosa che si riflette nel numero di studenti, rimasto sostanzialmente stabile intorno ai 4 milioni, pari al 41,5% della popolazione di età compresa tra 15 e 29 anni. La quota di giovani che non lavorano e non studiano è aumentata in misura maggiore degli altri Paesi europei, raggiungendo il numero di 2 milioni e 250 mila: il 24% del totale dei 15-29enni. Nell’intero arco della vita lavorativa i laureati godono di un tasso di occupazione più elevato di oltre il 12% rispetto ai diplomati. Eppure, l’evoluzione della quota di occupati nelle professioni più qualificate evidenzia criticità, di natura sia strutturale sia congiunturale, queste ultime particolarmente preoccupanti. Tra il 2004 e il 2008, tranne che in una breve fase di crescita moderata, l’Italia ha fatto segnare una riduzione della quota di occupati nelle professioni ad alta specializzazione, in controtendenza rispetto al complesso dei Paesi dell’Unione europea. Un’asimmetria di comportamento che si è accentuata nel corso della crisi: mentre al contrarsi dell’occupazione, negli altri Paesi è cresciuta la quota di occupati ad alta qualificazione, qui è avvenuto il contrario. Probabilmente almeno una parte dei laureati che in questi anni sono emigrati dall’Italia fanno parte del contingente di capitale umano finito a rinforzare l’ossatura produttiva dei nostri concorrenti.

Priorità al capitale umano
La debole dinamica che ha caratterizzato, in anni recenti, gli investimenti in capitale fisso (beni strumentali durevoli come impianti, macchine, costruzioni) in Italia può, da un lato, aiutare a spiegare la bassa crescita della produttività registrata in questi anni e, dall’altro, getta alcune ombre sulla capacità del nostro Paese di realizzare, a breve-medio termine, quei processi di riqualificazione produttiva necessari per riavviare la crescita. Un motivo in più per sottolineare che sarebbe un errore imperdonabile sottovalutare o tardare ad affrontare in modo deciso le questioni della condizione giovanile e della valorizzazione del capitale umano; non facendosi carico di quanti, anche al termine di lunghi, faticosi e costosi processi formativi, affrontano crescenti difficoltà ad affacciarsi sul mercato del lavoro, a conquistare la loro autonomia, a progettare il futuro. Tanto più in Italia, dove costituiscono una risorsa scarsa anche nel confronto con i Paesi più avanzati, i giovani sono per di più in difficoltà a diventare protagonisti del necessario ricambio generazionale per il crescente invecchiamento della popolazione e per l’inamovibilità di tante gerontocrazie. Tutto ciò è aggravato dal limitato peso politico dei giovani rispetto a quanto accade nel resto d’Europa. Ciononostante, le indagini sulla condizione occupazionale dei laureati evidenziano che i laureati impiegano di più rispetto ai colleghi europei a trovare un’occupazione, ma a cinque anni dalla conclusione degli studi, indipendentemente dal livello di laurea ottenuto, la disoccupazione si riduce al 6%.

Poca formazione per un Paese debole
In Italia il calo delle immatricolazioni, passate dal massimo storico di 338 mila nel 2003, a 279 mila del 2011, è l’effetto combinato del calo demografico, della diminuzione degli immatricolati in età più adulta, del deterioramento della condizione occupazionale dei laureati. A tali fattori si sono aggiunti la crescente difficoltà di tante famiglie a sostenere i costi diretti e indiretti dell’istruzione universitaria e una politica del diritto allo studio ancora carente. A questo si sommano anche gli inviti, velati ed espliciti, a «non perdere tempo» con una laurea per avere successo nella vita. I mezzi di informazione portano esempi convincenti quali Steve Jobs, Bill Gates o Mark Zuckerberg, dimenticando di sottolineare come negli Stati Uniti i laureati siano il doppio che in Italia. Il basso livello di scolarizzazione della società italiana è testimoniato dal ridottissimo numero di laureati nelle età più avanzate. Nel nostro Paese, l’11% sono i laureati tra 55-64 anni, la metà di quanti ne risultano nei paesi Ocse (23%), meno che in Francia (18%), Germania (25%), Regno Unito (30%) o Stati Uniti (41%). Il ritardo italiano non migliora di molto se si sposta l’analisi sui 25-34enni: 21% di laureati, contro il 38% in ambito Ocse.

Obiettivi modesti
L’aggancio dell’Italia al resto d’Europa, in termini di quota di laureati nella fascia d’età 30-34 anni, non è avvenuto, soprattutto per la componente maschile della popolazione (15,9% di laureati fra gli uomini, contro il 24,7% fra le donne). D’altra parte le aspettative di raggiungere l’obiettivo fissato dalla Commissione europea per il 2020 (40% di laureati nella popolazione di età fra 30 e 34 anni) sono ormai vanificate per ammissione dello stesso governo, il quale ha rivisto più realisticamente l’obiettivo attestandolo al massimo al 26-27%. Inutile, e triste, aggiungere che in questo modo l’Italia, con la Romania, è il Paese con il traguardo più modesto e molto lontano da quello medio europeo. Il nostro Paese, a partire da una spesa per l’istruzione e la ricerca universitaria decisamente inferiore alla media Ocse ed europea, negli ultimi anni è stato tra i pochi a ridurla in misura sensibile. Questa collocazione internazionale scadente, purtroppo, si ritrova non solo nella documentazione sulle risorse (pubbliche e private) destinate all’istruzione universitaria ma anche in quelle (pubbliche e private) riservate alla ricerca, ove tutti gli indicatori ci vedono in fondo alle classifiche.

Bassa scolarizzazione di tutti i profili
Un confronto che rivela che il ritardo italiano va ben oltre la capacità di assorbimento dei laureati. Fra gli occupati non sono solo i laureati a essere poco presenti: lo sono anche i diplomati, mentre risulta elevata la quota di lavoratori in possesso al massimo della sola licenza media. Una presenza, quest’ultima, che in Italia raggiunge il 35,8%, contro una media Ue a 27 del 22% e che in Germania scende addirittura al 13,5%. Questi ritardi nei livelli di scolarizzazione coinvolgono sia il privato sia il pubblico e si riflettono significativamente sui livelli di istruzione della classe manageriale e dirigente italiana. I dati Eurostat segnalano che nel 2010 il 37% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea (a 15 paesi); in Germania, con un peso del settore manifatturiero simile al nostro, la consistenza dei manager con livello di studi analogo arriva appena al 7%. La struttura occupazionale italiana va ricondotta soprattutto al modello di specializzazione produttiva del Paese e ai tratti tipici del nostro tessuto imprenditoriale (nanismo aziendale, prevalenza della gestione familiare). Tutto ciò si riflette negativamente sulla domanda di capitale umano espressa dal sistema produttivo e sulla sua capacità di valorizzarlo.

Meno lavoro durante gli studi
Dopo un periodo di crescita delle esperienze di lavoro condotte durante gli studi, si assiste a un leggera flessione (dal 77% del 2004 al 71% del 2012), forse per effetto della crisi economica, in maniera sia diretta (minori possibilità di occupazione per gli studenti) sia indiretta (maggiore presenza fra i laureati di figli di famiglie avvantaggiate, che possono permettersi di non lavorare). Solo nel 9% dei casi, la laurea è stata acquisita lavorando stabilmente durante gli studi. E questa è sicuramente solo la parte emersa di una necessità di formazione molto più ampia che si manifesterebbe pienamente se gli atenei fossero in grado di coglierne a fondo la rilevanza dal punto di vista politico-culturale. Consistente tuttavia resta la componente di laureati entrata all’università in età superiore a quella tradizionale. Il 17% si immatricola con un ritardo di due o più anni di cui il 5% con un ritardo all’immatricolazione superiore ai 10 anni. L’incidenza di laureati privi di esperienza di lavoro durante gli studi è aumentata dal 22% nel 2004 al 29% nel 2012.

Più esperienze in azienda
A sottolineare la crescente, positiva collaborazione fra università e mondo del lavoro stanno le esperienze di tirocinio e stage condotte soprattutto al di fuori dell’ambiente universitario. Il 56% degli studenti vanta nel bagaglio formativo un periodo di stage in azienda, una quota quasi tripla rispetto a quella registrata dai laureati prima della riforma del 2004. Si conferma così la collaborazione fra le forze più attente e sensibili del mondo universitario e del mondo del lavoro e delle professioni. Si stima che il tirocinio aumenti la probabilità di trovare un’occupazione di ben il 12%.

Attenzione costante all’estero
Le esperienze di studio all’estero dei laureati italiani sono in graduale crescita e si attestano sul 14% dei laureati. Crescente, ma ancora deludente, la capacità attrattiva delle nostre università per giovani di altri Paesi, che raggiunge il 3,5% degli iscritti. Anche su questo versante il confronto internazionale restituisce l’immagine di un ritardo preoccupante (in area Ocse tale quota è pari all’8%). Aumenta invece il numero dei connazionali che decide di studiare in altri Paesi anche per la preoccupazione di avere difficoltà a trovare un’adeguata collocazione lavorativa in patria. Ma si consolida anche la tendenza a non allontanarsi da casa, a studiare nella sede più vicina, quale che sia l’offerta formativa disponibile, spesso perfino nella prosecuzione degli studi, oltre il primo livello. A frenare questo tipo di mobilità territoriale concorrono anche i costi, spesso insostenibili per le famiglie.

Professionalità e disponibilità
Quel che interessa di più ai giovani laureati nell’attività lavorativa auspicata è la possibilità di acquisire professionalità (78% dei laureati). Crescono invece in misura molto rilevante la richiesta di stabilità e di sicurezza del posto di lavoro, la possibilità di carriera e il desiderio di un’occupazione caratterizzata da ampi margini di autonomia. Anche se metà dei laureati non esprime preferenze rispetto al settore (pubblico/privato) verso cui orientarsi per l’attività lavorativa, fra il 2004 e il 2012 è salita la quota di laureati che cercano uno sbocco nel pubblico (20%) nonostante le contenute prospettive di inserimento stabile. Nonostante i luoghi comuni, è diffusa la disponibilità alle frequenti trasferte di lavoro (31%), fino a rendere disponibile il trasferimento di residenza che nel 2012 riguarda il 44% del complesso dei laureati. Non disponibile si dichiara solo il 3% dei laureati. L’apertura alla flessibilità lavorativa si intravvede anche nel fatto che è aumentata la disponibilità ai lavori part-time e ai contratti a tempo determinato. Preoccupante e meritevole di attenzione risulta la quota di studenti le cui scelte formative non sono motivate né da fattori culturali né da aspettative occupazionali (15%), che risulta ancor più alta per le lauree magistrali biennali (18%).

La pergamena arriva prima
Il quadro che emerge dai dati smentisce l’idea prevalente che la stragrande maggioranza dei laureati di primo livello prosegua gli studi verso la laurea magistrale, magari a causa del presunto ridotto valore del titolo triennale: la quota di laureati di primo livello che opta per la laurea magistrale si colloca al 61%, e non su valori prossimi all’80% come spesso affermato. Inoltre, la prosecuzione della formazione oltre il primo e secondo livello riguarda spesso attività formative a elevato contenuto professionalizzante, finalizzate all’inserimento occupazionale, come i master di primo e di secondo livello, e solo in pochissimi casi il dottorato (11%).
La regolarità negli studi migliora: i laureati in corso, poco meno del 10% nel 2001, sono ora saliti al 41%
. Il 64% degli studenti si laurea con non più di un anno di ritardo, a seconda del corso di laurea: ingegneria continua a essere tra i più difficili e duri. L’età alla laurea passa dai 26,8 anni dei laureati nel 2004 ai 24,9 del 2012. Sotto questo profilo il ruolo dell’attività lavorativa (continuativa a tempo pieno), svolta contemporaneamente agli studi, risulta determinante. Non a caso i più giovani a concludere gli studi sono i laureati dei percorsi in cui l’esperienza lavorativa è meno presente.

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