Industria e acciaio: un legame duraturo dal futuro incerto

(di: Oliver Bunic, Bloomberg)

(di: Oliver Bunic, Bloomberg)

Anticipata già alla metà dello scorso anno e ufficialmente presentata nel contesto di Made in Steel 2015, appuntamento coi molti volti del panorama siderurgico in scena lo scorso maggio a Milano, Industria e Acciaio 2030 è una ricerca completa su attualità e prospettive del settore in un momento critico. Non a caso essa si apre con una fotografia della situazione di «seria difficoltà» in cui versa oggi la produzione di casa nostra. «Incerto» è l’avvenire dei poli Ilva di Taranto e Piombino, «all’interno di un andamento calante», con la concreta possibilità per l’Italia di dover incrementare la sua quota di importazioni, salvo il manifestarsi di «un intervento», dall’alto, «dalla visione adeguata».
Per di più la tecnologia a forno elettrico che rappresenta un’alternativa competitiva sostenibile ai processi di altoforno, è a sua volta minacciata dal costo e dalla disponibilità della materia prima-rottame. L’installazione di «un impianto da tre milioni di tonnellate di riduzione diretta» potrebbe offrire una valida soluzione, ferme restando tuttavia le istanze dell’approvvigionamento, e dei prezzi, del gas. La carenza di talune commodity non è però peculiarità esclusivamente tricolore ed è chiaro come lo scenario globale sia influenzato adesso dalle dinamiche economiche dei Paesi cosiddetti emergenti.
La ricerca, quasi 200 pagine di documenti e analisi, ha stimato che l’output internazionale di acciaio sia cresciuto del 24% «negli anni successivi alla crisi»: ma tale quota è inferiore «all’incremento dei consumi (+30%)» che ha ridotto il gap domanda-offerta da 116 a 67 milioni di tonnellate. Mentre in Cina, in India e nella macroregione Africa-Medio Oriente la produzione è salita rispettivamente del 90, del 7 e del 3%, a Nord-Ovest del mondo si è visto un decremento medio di quattro punti percentuali. L’Europa ha assistito a una diminuzione dei volumi del 13%, il Nord America del 6%.
Passando all’osservazione dei consumi, il responsabile dell’ufficio studi di Siderweb Gianfranco Tosini, che ha curato la prima parte del volume (Lo scenario globale) ha previsto che nel 2030 essi possano passare nel vecchio continente da 244 a 285 milioni di tonnellate, contro i 264 del 2008. Nelle regioni nordamericane più avanzate si transiterebbe dai 111 milioni di tonnellate dello scorso anno a 117, contro i 113 di sette anni fa; mentre nel Centro-Sud del Nuovo mondo l’impennata è costante: da 61, a 71; sino a 96 milioni di tonnellate. L’Asia, invece, considerata d’interesse in special modo per «le imprese siderurgiche cinesi e delle nazioni sviluppate asiatiche» in un’ottica di export e investimenti diretti, esprimerà, con l’Oceania la richiesta di 1,3 miliardi di tonnellate. L’Africa, che nel 2008 ne assorbiva 27 milioni, balzerà nel 2030 a 156 milioni di tonnellate; laddove il Medio Oriente sarebbe pronto a incamerarne, alla stessa data, 70 milioni (51 nel 2014).

Futuro elettrico
Avendo considerato che l’evoluzione al forno elettrico – caratterizzato da «minori costi di investimento, maggior flessibilità degli impianti, diminuzione della durata del processo di fusione, impatto ambientale ridotto» – è decisiva per l’Italia, lo studio ne ha analizzata la diffusione globale. Si è così potuto notare che l’acciaio realizzato con questa tecnologia, il 28% del totale nel 2014, sarà fra 15 anni al 42,5%, per 406 milioni di tonnellate per oltre il 90% «attribuibili ai Paesi emergenti» dove l’incidenza della produzione EAF sarà del 42% «rispetto al 23% attuale». Fa eccezione al quadro la Repubblica popolare cinese, che «resterà l’area con la più bassa percentuale di acciaio prodotta con forno elettrico (19%)». Poiché però in India e negli altri outsider asiatici la produzione basata su Electric arc furnace «supererà i 180 milioni di tonnellate», è prevedibile che gli emergenti asiatici possano ospitare i due terzi dell’output dovuto a questo tipo di processo. Mentre la porzione restante potrebbe essere ricondotta ragionevolmente a Medio Oriente e Africa. La dinamica impatterà sulla performance delle materie prime, con il carbone metallurgico pronto a salire da uno a 1,2 miliardi di tonnellate già alla fine di questo decennio; e il carbon coke in volo verso quota 1,5, se «tutti i progetti di aumento della capacità produttiva venissero realizzati». Proprio quest’incognita ha consigliato a Gianfranco Tosini un atteggiamento cauto e la previsione «realistica» di una offerta da 1,25 miliardi di tonnellate di coke dal 2020, «con Cina, Australia, Confederazione degli Stati Indipendenti e Nord America» considerati come principali suoi fornitori.

Entwicklung stresstoleranter Pflanzenkulturen

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Stati Uniti a tutto gas (di scisto)
Diversa la situazione del rottame, la cui domanda risulterebbe accresciuta dal già menzionato aumento della produzione fondata su EAF. «Considerando che la disponibilità annua di rottame è stimabile in circa il 70% del consumo apparente di acciaio di 15-17 anni prima», ha riportato la ricerca, «emerge che intorno al 2020 potrebbero verificarsi forti tensioni fra domanda e offerta». Tali frizioni dovrebbero rarefarsi a partire dal 2021, per approdare nel 2030 a una fase di «sostanziale equilibrio». Ancora una volta sono gli appetiti del Dragone a giocare un ruolo determinante anche sulla scena dello scrap. Si pronostica che Pechino ne sarà importatrice netta per altri cinque anni; ma «negli anni successivi diventerà gradualmente esportatrice netta grazie all’aumento consistente del rottame reperibile» sul territorio. E questo in virtù del riciclo dei manufatti in acciaio acquistati e scartati dalla popolazione all’era del boom (2004-2013). Quasi all’opposto, da questo punto di vista, l’andamento dell’Europa e in particolare delle sue storiche locomotive. I Paesi più avanzati dell’Unione manterranno il loro status di esportatori netti di rottame sino al 2025 («grazie alla rendita derivante dagli elevati consumi storici di acciaio e dalla crescita limitata della domanda di questa materia prima da parte delle imprese siderurgiche»). La discesa della domanda segnata fra 2008 e 2013, quindi negli anni di più clamorosa recessione, è destinata a pesare sul futuro dell’Ue che si indirizza perciò verso un avvenire da importatrice netta. In decremento, stando alle previsioni, anche l’export dal Nord America, che potrebbe però invertire la tendenza e incrementare le vendite di rottame all’estero senza intaccare la produzione con forno elettrico «grazie alla possibilità di produrre preridotto a prezzi competitivi» data dallo shale gas. «L’impennata della produzione di gas di scisto», ha riflettuto il responsabile dell’ufficio studi di Siderweb, «rafforzando la posizione competitiva dell’industria statunitense per quanto attiene ai costi energetici, potrebbe costituire una ragione per attrarre negli Stati Uniti nuovi investimenti nel settore siderurgico» ridimensionando in tal modo il peso delle «importazioni nette» di casa Obama.

I settori utilizzatori vogliono un acciaio diverso
Nel passare in rassegna i segmenti che per tradizione assorbono le parti più cospicue dell’output siderurgico, Gianfranco Tosini di Siderweb ha anche esaminato i cambiamenti tecnologici che essi imporranno nel corso del tempo ai fornitori. Nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture, che dovrebbe mantenere un peso poco sotto il 40% nei paesi avanzati e del 45% circa in quelli emergenti, un effetto-domino sarà forse causato dalle peculiarità del mercato edilizio cinese. Rallentando gli investimenti in nuovi edifici e grandi opere, i produttori locali saranno costretti da un lato a esportare di più, dall’altro a privilegiare i prodotti a maggior valore aggiunto. E questo farà sì che i produttori dei Paesi sviluppati spingano sull’efficienza di impianti e processi, in vista di un’offerta capace di rispondere più efficacemente alle richieste dell’utenza. Ovvero: «Alto rapporto resistenza-peso; rapido assemblaggio in loco; elevata resistenza alle sollecitazioni» fra cui quelle sismiche; «elevata stabilità nei confronti dell’umidità e delle escursioni termiche». Probabile è altresì l’ascesa dei pannelli in acciaio per la ristrutturazione di edifici storici o grandi blocchi edilizi. L’auto, «che oggi assorbe il 12% dell’acciaio prodotto nel mondo», viaggia soprattutto verso la riduzione dei pesi, che coincide con quella di emissioni e consumi, e per questo esige materiali alto-resistenziali di prima (AHSS) o seconda generazione (TWIP: Twinned induced plasticity). Più pesanti di altri materiali alternativi quali alluminio, fibre di carbonio, polimeri rinforzati, hanno però il vantaggio di garantire un migliore rapporto fra peso e resistenza. Leggerezza e inattaccabilità alla corrosione sono requisiti essenziali anche nel segmento dell’energia: «Le estreme condizioni operative» tipiche per esempio delle applicazioni off-shore faranno lievitare la popolarità dei tubi «senza saldatura in acciaio a medio e basso carbonio basso-legati». O ancora, negli ambienti più critici «al posto dei tubi in acciaio inossidabile martensitico, duplex o super-austenitico» possono trovar spazio tubi «in acciaio al carbonio con rivestimento protettivo interno perché più economici». Quanto infine al settore della meccanica strumentale, esso consuma il 24% dell’acciaio e sarà a sua volta interessato da mutamenti che influenzeranno anche la siderurgia. Nell’ambito della catena di fornitura il trend è alla riduzione delle giacenze a magazzino, «coerente con le logiche di produzione just in time». Mentre all’acciaio sarà richiesta «resistenza meccanica elevata anche a temperature alte»; «alle sollecitazioni dovute allo scorrimento e all’abrasione; ottima tenacità nella resistenza agli urti; la bassa deformabilità in presenza di escursioni termiche», anche delle più significative; e non da ultimo, secondo il report, «l’alta resistenza alla corrosione».

E il cuore d’acciaio del Made in Italy può battere ancora
La siderurgia italiana continua a occupare, secondo le statistiche, la seconda piazza nella classifica dei produttori europei, alle spalle della sola Germania, ed è invece 11esima nel mondo. Ma Industria e Acciaio 2030 ha ammonito: «Affermare che l’Italia è al secondo posto per volumi di produzione nell’Unione europea può significare tutto e niente, perché l’Europa è ormai totalmente sopravanzata dalle economie asiatiche in termini di quantità prodotte». La crisi economico-finanziaria ha travolto l’intero settore. «Dal 2006 a oggi», ha calcolato l’ufficio studi di Siderweb, «la produzione di acciaio nel nostro Paese si è ridotta di 7 milioni di tonnellate (-25%), il consumo interno di acciaio si è contratto di circa 11 milioni di tonnellate (-31%) facendo emergere una sovraccapacità produttiva teorica di circa 15 milioni di tonnellate riguardante in maggior misura i prodotti lunghi». Questi hanno sofferto più di altri della diminuzione dei consumi interni, scesi del 36%, senza trarre grandi benefici dall’export, in decremento per un milione di tonnellate, mentre allo stesso tempo le importazioni sono crollate, con 6,5 milioni di tonnellate in meno e una perdita del 21%. Drammatica l’emorragia di redditività, ridottasi presso le aziende del comparto dell’80% dalla metà dello scorso decennio. La certezza, tuttavia, è che «di acciaio l’industria italiana avrà ancora bisogno» e benché lontano dai livelli del passato, l’output tornerà a crescere. Nel 2030 potrebbe essere del 23% superiore all’attuale (-14% rispetto al periodo pre-crisi), ma «per garantire un futuro alla siderurgia italiana» serve una svolta strategica. «Qualità, innovazione» e «competenze tecniche elevate» sono i fattori chiave, insieme al focus «su produzioni di nicchia, ovvero sugli acciai speciali e su prodotti non-commodity». La transizione verso tecnologie capaci di rendere i cicli più efficienti riducendo gli impatti ambientali, con la valorizzazione dei prodotti a basso contenuto di carbonio, può dare ulteriore spinta al made in Italy. Contestualmente il sistema-Paese deve sciogliere alcuni nodi critici, come quello dei costi di approvvigionamento energetico. Inoltre, le aziende, tramite scelte di aggregazione, devono acquisire dimensioni adeguate alla competizione globale. Per quanto riguarda la domanda di rottame, l’affermazione del forno elettrico implicherebbe un crescente fabbisogno di materia prima. La sola installazione di due impianti EAF presso il polo Lucchini di Piombino farebbe impennare di 2 milioni di tonnellate l’import di scrap, già ora il più alto in Europa con 5 milioni di tonnellate.

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