Il settore italiano delle forge

APERTURA-SdogatiSiderWeb – società di consulenza, informazione e servizi nel settore dell’acciaio o, come preferisce definirsi, community dell’acciaio – ha tenuto all’inizio di maggio l’atteso Outlook sul comparto italiano delle forge. Un settore che SiderWeb definisce «importante, vivo, caratterizzato da un altissimo valore aggiunto», e con numeri non trascurabili: due miliardi di euro di fatturato, cinquemila addetti. L’evento è stato realizzato in collaborazione con l’Associazione italiana di metallurgia, il cui presidente, il professor Carlo Mapelli del Politecnico di Milano, ha dato inizio ai lavori e moderato la tavola rotonda finale.

Tornare a Keynes
Il contesto economico generale è stato l’oggetto della relazione introduttiva di Fabio Sdogati, professore di Economia internazionale al Politecnico di Milano. Una ouverture in tonalità keynesiana: la crisi nata nel mercato finanziario, così ha esordito il professor Sdogati, ha potuto colpire tanto gravemente l’economia reale perché assunzioni teoriche erronee – dimentiche della lezione di Keynes, che dal 1936 ha permesso di governare e stabilizzare l’economia mondiale – hanno generato politiche assurde.
Non è l’eccesso di debito pubblico il problema, e non è abbattendolo con sacrifici pesantissimi che lo si risolve. Tant’è vero, ha constatato Sdogati, che le politiche che hanno preso questa strada hanno causato non una riduzione del debito pubblico, ma al contrario il suo aumento. E la fine della crisi, che gli economisti americani ormai chiamano «great recession», non è affatto prossima.
«Grande recessione» dunque. Che in termini di calo del Pil reale (al netto dell’inflazione) nel periodo 2007-2012 solo in Grecia (-23,7%) ha colpito più duramente che in Italia (-8,5%), mentre le previsioni del Fondo Monetario Internazionale dicono che la crescita 2014 del Pil reale nell’area Euro (+1,4%) sarà la più modesta tra quelle delle maggiori macroregioni economiche del mondo, e nel 2015 (+1,5%) superiore solo a quella del Giappone. Numeri, questi ultimi,che, confrontati con quelli degli Usa (rispettivamente +2,8% e +3,0%), permettono al professor Sdogati di ribadire la sua tesi di fondo: oltre Atlantico si sta lavorando meglio per uscire dalla crisi perché invece di «politiche di austerità che hanno fatto aumentare il debito e il rapporto debito/Pil, e hanno fatto felici solo le banche», sono state messe in atto politiche economiche «prese semplicemente dai libri di testo». Ma saranno i paesi a basso reddito quelli che vedranno una crescita significativa; il mondo è frammentato e la crescita vera non verrà dall’Europa.
L’Europa, appunto, e l’Italia: i dati previsionali del Fmi per il 2014-2015 per i maggiori Paesi europei, mostrati dal relatore, dicono che la crescita italiana nel 2014 (+0,6%) sarà la più modesta, e nel 2015 sarà superiore solo a quella della Spagna (+1,1% contro +1,0%). Numeri che scompaiono se confrontati con quelli, tra 5,4% e 7,5%, di grandi Paesi emergenti come Indonesia, Vietnam, India e Cina.
A questo quadro non proprio confortante, Sdogati fa seguire però un convinto invito alle aziende italiane ad abbandonare il mito anni Novanta del «piccolo e locale è bello» e seguire decisamente la strada dell’internazionalizzazione. Da metà degli anni Settanta i processi di produzione sono stati progressivamente sempre più suddivisi a livello internazionale, creando così un commercio mondiale di prodotti intermedi tra economie dei mercati emergenti e paesi ad alto reddito pro capite.
Ora, abbondanti dati e analisi accurate evidenziano che l’ascesa di questo modello di commercio internazionale, e di manifattura «driven by global supply chains», sembra essere correlato positivamente con la produttività del lavoro; e che l’internazionalizzazione aiuta le imprese a migliorare le loro prestazioni in termini di intensità di capitale, di ricavi e di numero di dipendenti. Ed è perciò l’unico modo per aumentare sia la produttività delle imprese sia la domanda dei loro prodotti.

Uno scenario incoraggiante
Dopo il professor Sdogati ha preso la parola il responsabile dell’ufficio studi di SiderWeb, Gianfranco Tosini.
Secondo Tosini il settore delle forge italiano mantiene un buona competitività internazionale ma soffre della caduta drammatica della domanda interna, evidente nel confronto con l’omologo settore tedesco. Se nel periodo 2007-2013 la produzione delle forge italiane ha subito una contrazione di quasi il 15%, la variazione tedesca è stata circa +4%. Nello stesso periodo è diminuito il fatturato in quasi tutti i settori italiani utilizzatori di prodotti forgiati, e in gran parte di essi molto pesantemente (tra -30% e -60%); anche in Germania alcuni settori soffrono, ma la gran parte di essi sono cresciuti: a es. nell’ingegneria civile, un settore dove in Italia abbiamo perduto quasi il 40%, i tedeschi sono saliti del 12%.
A ulteriore conferma, Tosini ha evidenziato che le tre linee che descrivono l’andamento del fatturato estero negli ultimi quattro anni in Italia, Germania e UE sono quasi identiche e perfettamente sovrapponibili; non così (e avrete già capito quale linea si discosta dalle altre verso il basso) per il fatturato interno.
Ma le forge sono solide; un dato incoraggiante: le forge stanno meglio dei loro clienti quanto a indebitamento. Gli indici di redditività, invece, potrebbero essere migliori: sono i più bassi della filiera (Roi 2012 al 4,8%, minore di quelli dei produttori di lingotti e di gran parte dei clienti), e sono pesantemente caduti negli ultimi anni (ancora sul Roi: nel 2007 era 38,5%!). Insomma, un massiccio trasferimento di redditività industriale dalle forge ai loro fornitori e clienti, al quale il settore non ha saputo opporsi.
Le previsioni di SiderWeb per il 2014 sono moderatamente incoraggianti. Nei cinque principali settori utilizzatori di prodotti forgiati (costruzioni, automotive, macchine e apparecchi meccanici, prodotti in metalli, altri mezzi di trasporto), alle variazioni quasi tutte negative del 2013 rispetto al 2012 dovrebbe fare seguito una modesta ripresa. Se sulle costruzioni sarà calma piatta (ma sempre meglio della decrescita a due cifre del 2013), negli altri quattro settori una «ripresina» tra 2,5% e 4% potrebbe dare un po’ di respiro alla domanda interna del comparto delle forge.

Attualità e prospettive dei prezzi
Il quadro fornito da Gianfranco Tosini è stato confermato e arricchito dai successivi interventi: di Achille Fornasini, chief analyst di SiderWeb, sui prezzi delle materie prime e dell’acciaio, e di Matteo Neri di Ernst & Young sui tre settori chiave per il comparto delle forge: petrolio e gas, rinnovabili, nucleare.
Fotografando lo stato delle cose così come si presentava al momento della sua relazione, l’inizio dello scorso maggio, e partendo dall’analisi degli andamenti dei panieri di materie prime di Chicago e New York, Fornasini ha mostrato che al crollo successivo alla mini-ripresa del primo trimestre 2011 stava seguendo – fenomeno visibile negli ultimi mesi – qualche segnale di inversione di tendenza. Ma l’interpretazione forse più corretta è quella che lega questo cambiamento con le dinamiche dei mercati azionari. Le politiche espansive della Fed avevano infatti hanno messo a disposizione degli operatori un’enorme quantità di liquidità a tasso quasi zero, che però era in gran parte confluita nei mercati finanziari – sopratutto nei mercati azionari – anziché nell’economia reale. Ma ormai, spiegava Fornasini, con un MSCI World (indice dell’andamento dei mercati azionari mondiali) cresciuto del 60% nell’ultimo anno «qualcuno comincia ad aver paura di restare con il cerino in mano» ed erano ripartiti gli investimenti in materie prime. Anche grandi banche d’affari internazionali avevano ripreso a comprarne; per il momento si trattava dunque prevalentemente di un cambiamento di composizione dei portafogli dei grandi investitori globali, ma ci si poteva attendere altri sviluppi.
Un fatto rilevante Fornasini ha voluto mettere in luce: a partire dal 2012-13 è finita la fortissima concordanza evolutiva tra i panieri delle materie prime e i mercati azionari (la divaricazione è stata ovviamente a tutto vantaggio di questi ultimi), a testimonianza del fatto che, in assenza di segni tangibili di una crescita dell’economia reale, è prevalsa tra gli gli operatori una logica speculativa di breve periodo.
Fornasini è poi sceso nel dettaglio dei singoli materiali. Le materie prime agricole – in particolare alcuni cereali – stavano crescevano già da un paio d’anni; e nel comparto energia, che ha vissuto una caduta meno rovinosa di quella di cui sono stati vittime i metalli, il petrolio restava a prezzi «ostinatamente alti» anche in assenza di una reale domanda che ne giustificasse l’entità. Un livello artificiosamente alto, peraltro destinato a ridimensionarsi notevolmente se dovesse avere successo l’esperienza nordamericana dell’estrazione di shale gas.
Per i minerali di ferro volatilità altissima in questi ultimi cinque anni, e prezzi crollati rispetto ai massimi del 2011; coking coal precipitato, con variazione -70%. Cromo, manganese, molibdeno, silicio, titanio, vanadio: per tutti lo stesso andamento: crollo post 2009 e tendenza al recupero dal secondo semestre 2013. Stravagante il comportamento del tungsteno: nel 2012 arriva a +120% rispetto al 2009, poi perde quasi il 30%, infine recupera parzialmente; semplicemente: ce n’è poco (i fondamentali dell’economia reale contano ancora qualcosa).
Alluminio: sulle scorte si specula intensamente in questi tempi: abbiamo una quantità di scorte decisamente anomala che contribuisce a tenere basso il prezzo. Rame: leggera ripresa in corso, dopo un periodo di continua caduta. Zinco e piombo: potenziale crescita (aiuta il piombo la buona domanda dall’automotive e dai produttori di biciclette elettriche per il mercato cinese). Viste le scorte molto limitate, si prevede una buona crescita per il prezzo dello stagno. Insomma, all’inizio di maggio si potevano constatare recenti variazioni leggermente positive per tutti i metalli. Ancora un caso stravagante, dove però la causa non è economica ma politica: il nickel. La sua scarsità, che ha portato a un ‘impennata dell’ordine del 35%, si deve alla decisione del governo di Giacarta (dall’Indonesia proviene il 20% del nickel mondiale) di interrompere le esportazioni nella speranza di ottenere aiuti per entrare nel business della lavorazione del metallo. Se, inoltre, alla Russia – altro grande produttore – dovessero essere comminate pesanti sanzioni nel quadro della crisi ucraina, il prezzo del nickel sarebbe destinato a salire ancora di più.

Tre mercati chiave
Modulata alternatamente su due orizzonti temporali, a breve (2017) e medio-lungo termine (2035), la relazione di Neri è partita dalla ormai acquisita constatazione della caduta della domanda interna e dalla conseguente focalizzazione sull’export. Oggetto: petrolio e gas, energie rinnovabili, nucleare. Valore quasi 3.700 miliardi di dollari nel 2012 (di cui 83% nel primo, 13% nel secondo e 4% nel terzo), i tre settori sono distribuiti in modo omogeneo – circa un terzo per ciascuno – nelle tre macroregioni mondiali Asia-Pacifico, Americhe, EMEA.

Come va? Anzi, come andrà?
Buone prospettive, secondo le previsioni di Ernst&Young. I tassi di crescita annui 2012-2017 (valore) sono tutti col segno “+” davanti. Petrolio e gas, benché in leggera flessione rispetto al quadriennio precedente (era al 1,7%), terranno con un rispettabile 1,5%. Le rinnovabili avranno una notevole riduzione rispetto al quasi 10% del 2008-2012, ma avranno comunque un rispettabile 5,9%. Sorprende la prevista ripresa del nucleare, crollato (-8,1%) nel 2008-2012 e a +7% dal ‘12 al ‘17.

Qualche flash sulle tendenze per i prossimi vent’anni
Petrolio e gas: da qui al 2035 crescerà la domanda di petrolio (0,6% annuo) e di gas (1,6%); quasi tutta la crescita sarà nei Paesi in via di sviluppo. Finita l’era del petrolio facile, la sua estrazione dalle viscere della terra sarà sempre più costosa e tecnologicamente complessa: andremo a cercarlo nel fondo del mare, nell’Artico, e nuove tecnologie saranno necessarie. E molto acciaio. Si costruiranno grandi gasdotti e oleodotti ovunque nel mondo: sono già circa 175mila i chilometri di pipeline in costruzione e progettate.
Energie rinnovabili, cioè acqua (68% dell’energia prodotta nel mondo nel 2012), geotermico/biomasse/rifiuti (19%), vento (11%), sole (2%), fino al 2035: previsti 6 miliardi e mezzo di dollari di investimenti in sviluppo di tecnologie (massimo lo sforzo nel vento, poi nell’idroelettrico e nel solare); continuerà il sostegno dei governi, sottoforma di sovvenzioni; sarà nelle rinnovabili metà dell’incremento totale della produzione di energia in questo ventennio, e i paesi non-OCSE vi contribuiranno per quasi due terzi.
Il nucleare nel 2012 era per il 45% (valore) in Europa, per il 33% nelle Americhe e il resto in Asia-Pacifico (quasi niente in Medio Oriente e Africa). Le tendenze da qui al 2035: produzione di energia nucleare in crescita dai 2.286 TWh del 2012 a 4.300 nel 2035; tasso di espansione che continuerà a essere influenzato principalmente da regolamentazioni locali; i maggiori aumenti previsti di capacità nucleare sono in Cina (114 GW), Russia (33), Corea del Sud (27), India (26); alcuni Paesi – segnatamente Emirati Arabi Uniti, Turchia e Vietnam – metteranno in funzione le loro prime centrali in questo periodo.
Le conclusioni generali proposte da Neri, dunque, sono: saranno notevoli i tassi di crescita della domanda di acciaio proveniente dal settore energetico; questa domanda verrà prevalentemente dai paesi emergenti, e sarà opportuno stabilire joint-venture con partner locali per meglio presidiare il mercato; ci saranno opportunità per l’innovazione di prodotti, e il branding sarà determinante per differenziare i prodotti siderurgici sui mercati
Ha chiuso l’intenso pomeriggio di lavoro la tavola rotonda che ha visto la partecipazione di Jacopo Guzzoni (Vice Presidente e Amministratore Delegato di Fomas Group), Michael Manning (Ingegnere capo presso GE Power & Water di Schnectady, New York) e Vincenzo Mazzola (Direttore Commerciale di Aso Siderurgica e Aso Forge).

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