MERCATO

Fonderia, la ripresa dopo la tempesta

Poco prima dell’estate è stato presentato ufficialmente il volume La fonderia nel 2014 curato dal Centro studi di Assofond e ricco di dati, analisi e spunti di riflessione sull’andamento dell’industria fusoria e dei suoi settori clienti in Italia e nel mondo. Con segnali positivi per il business tricolore

Concept of growth of a company

Il polso del comparto fusorio italiano è stato tastato dalla sigla di categoria Assofond e dal suo Centro Studi lungo tutto il corso del 2014. Grazie anche alle elaborazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica e a quelle di accreditate fonti internazionali, l’associazione ha potuto così presentare il volume La fonderia nel 2014, completo di dati e analisi sulla salute dell’industria e dei principali settori-clienti. Nel nostro Paese Assofond ha censito 1.104 unità produttive posizionate in netta prevalenza nelle regioni settentrionali, con 494 aziende in Lombardia e 130 nel Veneto, 123 in Emilia Romagna e 109 in Piemonte. 191 sono le fonderie di metalli ferrosi e 913 quelle di non-ferrosi. Nel complesso impiegano 28 mila e 594 addetti e per quel che riguarda la ghisa il 26% di esse ha una forza lavoro compresa fra 20 e 49 unità. Imprese della medesima classe dimensionale dominano (24%) anche la lavorazione di acciai, insieme a quelle più grandi, da 50 a 99 dipendenti. Quanto all’ambito dei non-ferrosi, il 50% delle realtà attive impiega meno di 15 persone; il 19% di esse ne conta 5 al massimo. In media le fonderie di casa nostra possono contare su 26 lavoratori, un quarto di quanto calcolato in Germania, con punte da 74 presso quelle dedite ai ferrosi e di 16 per quelle di metalli non ferrosi. Quale che sia la loro stazza i produttori di getti della Penisola hanno salutato nel 2014, al netto di un rallentamento registrato nella seconda metà dell’anno, una sterzata in territorio positivo rispetto alle stagioni precedenti. L’output complessivo è stato pari a poco meno di 2,026 milioni di tonnellate suddivise fra gli 1,165 milioni di tonnellate di getti ferrosi e le 861 mila tonnellate circa di non ferrosi. I primi però sono cresciuti solamente di 1,5 punti percentuali; gli altri invece del 4,3%. La variazione positiva dell’industria nella sua totalità è del 2,7% contro il +0,6% del 2013 e soprattutto a paragone con il -12% fatto registrare nel 2012. Allo stesso tempo, sono migliorati anche i fatturati.

L’importanza dell’internazionalizzazione

Sono soprattutto le buone prestazioni segnate a livello internazionale a incidere positivamente sui bilanci del segmento della fusione, controbilanciando una domanda interna ancora intermittente. Anche in questo caso poi spicca la performance sontuosa dell’industria dei non ferrosi, il cui volume d’affari è progredito del 5,3% durante lo scorso anno. Il settore ha espresso globalmente ricavi per 6,725 miliardi di euro e le fonderie di non-ferrosi ne hanno generati 4,163, le altre 2,562, per un passo avanti da 2,6 punti. L’incremento aggregato delle due specializzazioni è pari al 4,3% e superiore perciò alla variazione tendenziale delle produzioni di getti (+2,7% fra 2013 e 2014) a indicare con ogni probabilità, secondo Assofond, lo spostamento verso prodotti a maggiore valore. «L’incremento tendenziale dei livelli produttivi», ha però provveduto a chiarire il Centro studi di Assofond, «si colloca in un contesto caratterizzato dal perdurare della dicotomia fra le deboli performance registrate sul mercato interno e quelle più convincenti realizzate oltreconfine». L’interscambio commerciale con l’estero dei getti ferrosi, ha quindi argomentato la sigla di categoria, ha salutato un’ascesa dell’export del 6% per un business da oltre 1,35 miliardi di euro e volumi in aumento del 7% a 391 mila e 247 tonnellate. Al contrario, coi loro 815 milioni di euro le importazioni hanno subito una battuta d’arresto (-1%) in termini economici, perché le moli vendute – quasi 428 mila tonnellate – si sono in realtà accresciute (+4%). E crescono, da un punto di vista quantitativo, i getti di qualunque tipo, «fatta eccezione», ha riportato Assofond, «per gli acciai inossidabili e i micro-fusi». Pure a fronte dei miglioramenti visti sino a qui, e indipendentemente dalla più o meno spiccata vocazione all’internazionalizzazione delle imprese nostrane, resta ampio il divario rispetto ai picchi produttivi archiviati nel 2007 (2,7 milioni di tonnellate): è pari al 26%.

Uno sguardo oltreconfine
Il rapporto La fonderia nel 2014 si è poi concentrato sull’andamento dell’industria nei principali Paesi di produzione, anche se con dati relativi solamente al biennio 2012-2013. E ha rilevato come un ruolo di leadership sia tuttora attribuibile alla Cina, con getti da 44,5 milioni di tonnellate, due in più rispetto al 2013 che valgono il 43% sull’output planetario. Anche se nel 2013 le produzioni sono salite del 2,4% sfiorando i 100 milioni di tonnellate (11, 8 delle quali negli Stati Uniti), 16 dei 31 Stati presi in esame hanno evidenziato un decremento dei volumi. Non così la Polonia, in ascesa del 22%; né il Brasile (+7,4% nel periodo) o gli Usa (+3,9%). Le perdite hanno invece toccato la Francia (-3%); la Germania (-1) e la Russia, che ha lasciato per strada un 5% della sua capacità. Fra le prime dieci nazioni produttrici l’Italia si piazza nona, dietro la Corea (2,56 milioni di tonnellate).

L’andamento delle fonderie di ghisa

Con una produzione indirizzata per lo più ai settori della meccanica, dei trasporti, dell’edilizia e delle opere pubbliche, della siderurgia, le fonderie di ghisa hanno a loro volta chiuso il loro 2014 con volumi in crescita dell’1,5% per 1,093 milioni di tonnellate circa. Un dato confortante che rimane però lontano dai picchi dell’era precedente la crisi, quando l’output era del 30% superiore. Nel Paese il consumo apparente di ghisa si è attestato attorno a 1,12 milioni di tonnellate (a +0,8% sul 2013) e la produzione è arrivata invece a 1,092 milioni, per «un differenziale di appena 36 mila e 422 tonnellate». Sul totale delle produzioni la ghisa grigia incide per il 64% contro il 36% di quella duttile: la prima ha visto i suoi volumi crescere del 2%; la seconda solamente dello 0,6%. Assofond ha considerato la ghisa duttile «totalmente assimilabile a quella sferoidale, essendo ormai venuta meno in Italia la produzione di ghisa malleabile». La ghisa sferoidale propriamente detta ha però attraversato una flessione forte nel 2013 (-7%) e ha contenute le perdite nel 2014 con un +0,6. Allo stesso tempo, sono apparsi in recupero i getti di ghisa grigia che rappresentavano soltanto il 60% del totale nel 2012; a scapito di quelli di ghisa duttile, i quali nel 2012 pesavano per il 40%. Fra le industrie clienti dei getti in ghisa hanno patito arretramenti più o meno significativi meccanica (-2%) ed edilizia (-21%) mentre viaggiano in positivo siderurgia (+6%) e trasporti (+14). I destinatari dell’offerta delle fonderie di acciaio e microfusione – dagli immancabili meccanica e auto sino al ferroviario e alla siderurgia, passando per l’edilizia e l’industria estrattiva – hanno alternato fra il 2013 e il 2014 risultati ottimi (il +43,1% dei mezzi di trasporto; il +36% della categoria Impieghi vari; la cantieristica navale a +12,4%) a scivoloni come quelli sofferti da costruzioni (-15,8%); meccanica (-14,6); ferroviario ed estrattivo (-8) e dalla siderurgia a -13,1%.

La performance dell’acciaio e dei non-ferrosi

Tuttavia per quel che riguarda gli acciai il 2014 è stato positivo, con una crescita tendenziale del 2,2% sul 2013. Gran parte del merito va allo automotive e alle applicazioni Varie «che non trovano collocazione all’interno dei mercati più tradizionali» che hanno salutato un incremento del 36% assorbendo il 35% dei volumi produttivi totali con quasi 25 mila tonnellate di getti. Fra l’una e l’altra tipologia di acciaio sussistono però differenze marcate. Gli acciai legati e quelli al carbonio hanno registrato una crescita delle produzioni per 5,7 e 0,2 punti rispettivamente. Al contrario è calato l’inox (-7,8% rispetto al 2013); e i micro-fusi «hanno avuto una contrazione attorno al 3%». Oggi gli acciai legati rappresentano il 65% dei volumi generali e quelli al carbonio il 18%; gli inossidabili invece sono scesi dal 19% di due anni fa al 17 del 2014. Se la fonderia di acciaio nel suo complesso ha prodotto lo scorso anno 71 mila e 190 tonnellate (a paragone con le 69 mila e 658 del 2013); le microfusioni hanno proseguito il trend discendente con solo 1.161 tonnellate prodotte. Per finire, nel 2014 sono state prodotte poco meno di 861 mila tonnellate di getti di non ferrosi, il cui exploit è stato trainato dalle lavorazioni di alluminio (+4% per 723 mila e 287 tonnellate) per un’incidenza dell’84% sul totale del mercato. Per Assofond, poi, «particolarmente importante, nel 2014, è stato lo sviluppo della produzione delle leghe di zinco ottenute in pressocolata (+8,2% con un volume da 63 mila e 961 tonnellate)» che hanno cancellato in parte i cali degli ultimi 10 anni. Analogamente sono saliti i getti di ottone, bronzo e rame il cui output è arrivato a quota 65 mila e 855 tonnellate per un incremento da 4,3 punti percentuali, insufficienti però a coprire il gap con i livelli record di 15 anni orsono: all’appello mancano addirittura 60 mila tonnellate di getti. È restata infine stabile l’offerta di getti di magnesio, influenzata da una «accelerata delocalizzazione delle imprese» e con volumi complessivi consolidati attorno alle 7.000 tonnellate in aumento del 4,8%.

Il crollo dell’edilizia e il rilancio dell’auto
Fra i comparti clienti delle lavorazioni di fonderia i segni negativi sono stati anche nel 2014 piuttosto diffusi, visto che la produzione industriale è nel complesso scesa dello 0,8% continuando un trend al ribasso in essere dal 2012 (-6,4%) e confermato poi nel 2013 (-3,2%). Buone notizie sono giunte però dalla produzione di autoveicoli che dopo anni di sofferenze ha registrato in Italia una crescita del 6% per 700 mila unità prodotte contro le 658 mila del 2013. Il rilancio si è concretizzato soprattutto nella seconda metà dell’anno con un progresso relativo del 15,5%. Mentre emergevano difficoltà sui fronti dei veicoli industriali pesanti; degli autocarri e degli autobus, trainanti sono stati le autovetture (400 mila unità per un passo avanti da 3,3 punti) e i veicoli commerciali leggeri, autentici top player con il loro +15% e un secondo semestre del 2014 a +20%. Ben diverso lo scenario delle costruzioni dove si è smarrito un ulteriore 3,5% di investimenti, a prosecuzione di un crollo dei budget da 64 miliardi di euro, il 32% del totale, iniziato nel 2008. Quanto alla meccanica, basandosi sui dati di Anima, l’associazione delle industrie della meccanica varia e affine, Assofond ha calcolato che fra il 2013 e il 2014 il suo andamento sia rimasto tutto sommato stabile, con una espansione delle esportazioni (+1,1%) alla quale ha invece fatto da contraltare la riduzione degli investimenti e degli occupati, rispettivamente dello 0,7 e dello 0,5%. Per l’immediato futuro le previsioni, fondate sulle stime di Eurofer, sono improntate a un moderato ottimismo. Quest’anno la meccanica dovrebbe guadagnare un +2,1% e un +2,3 nel 2016. L’auto viaggerà a +3,8 nel 2015 e il prossimo anno rallenterà pur rimanendo in territorio positivo (+2,5) e anche le costruzioni dovrebbero tornare a intravedere spiragli di luce, con un imminente +1,5% e il +2,3% atteso nel 2016. Raggruppati fra gli Altri mezzi di trasporto, per il ferroviario, l’aeronautica e l’aerospazio e i motocicli si ipotizza un incremento della produzione industriale del 2,7% nel 2015 seguito da un +3,9%. In costante crescita nel biennio 2015-2016 (+2,1) anche gli elettrodomestici.
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