FARO: il circolo virtuoso delle commodity industriali

Nella foto di Alessandra Dosselli, una panoramica del parterre di ospiti presenti al più recente meeting del FARO Club.

Nella foto di Alessandra Dosselli, una panoramica del parterre di ospiti presenti al più recente meeting del FARO Club.

Uno fra i più recenti Meeting del Club FARO si è svolto in concomitanza con l’Expo 2015 e a breve distanza dai padiglioni della fiera milanese e in ossequio a questa ha puntato i suoi riflettori sulle applicazioni dei metalli nel food. Senza dimenticare l’analisi delle loro performance complessive.
Il fondatore del Club FARO, Paolo Kauffmann, sottolinea e ricorda spesso il suo scarso amore per previsioni e pronostici di ambito economico. Certamente però, come ha mostrato in particolare l’ultimo evento svoltosi a Bresso presso il museo della farmaceutica Zambon, le sue analisi riescono a fornire indizi importanti sul possibile andamento dei mercati; e tracce dei loro indirizzi a breve termine. All’evento estivo nella cittadina alle porte di Milano, una manciata di chilometri da Expo, Kauffmann ha aperto il suo intervento dicendosi solo moderatamente preoccupato del corso della politica monetaria greca e dei suoi possibili effetti-domino sul quadro macro. «Più allarmanti», ha esordito, «sono il comportamento della Borsa di Shanghai e il rallentamento della performance cinese. Dopo una fase di rally e un ri-tracciamento successivo dello stock exchange gli investitori in Cina hanno cambiato atteggiamento; e contrariamente a quanto accadeva nel passato si nota adesso che le materie prime industriali quali alluminio, zinco e rame non sono più i loro obiettivi primari». Esattamente tre giorni dopo il termine del Meeting FARO la Borsa di Shanghai ha sofferto una caduta di portata drammatica dalla quale è andata faticosamente riprendendosi solo nelle settimane a seguire. E come da consuetudine, proprio l’ultima delle materie prime citate, il proverbiale dottor Copper, è stata considerata una più che affidabile spia delle probabili evoluzioni di indici e mercati. Anche in questo caso poi, pur non possedendo, come dice, «la sfera di cristallo», Kauffmann s’è rivelato buon profeta nell’evidenziare i sintomi di una probabile discesa dei suoi prezzi. L’ipotesi si è poco dopo puntualmente concretizzata, in anticipo rispetto ad aspettative e timori, con un decremento dei valori verificatosi nel cuore dell’estate, sempre a breve distanza dalla chiusura dei sipari sul FARO. Il founder del Club giunto al suo 42esimo meeting e pronto a celebrare il 22 ottobre al Kilometro Rosso di Bergamo la sua terza uscita in un anno si è soffermato sulla perdurante de-correlazione fra gli indici Crb e Wall Street mettendo l’accento sui movimenti diversi del paniere dei raw material. Segni di rimbalzo di una certa rilevanza si sono ritrovati, dalla fine del 2014 alla metà del 2015, in maggiore misura fra gli energetici e gli alimentari, mentre sul settore, globalmente considerato, pesano altresì le mosse degli operatori finanziari e del dollaro, riferimento-chiave per le commodity. «Una parte della comunità finanziaria», ha osservato Kauffmann, «attende una nuova uscita di liquidità che potrebbe andare a riguardare anche le materie prime. La volatilità, un elemento che va esaminato con attenzione, è bassa sull’azionario ed è scesa anche sulle commodity, mentre è rimasta più vivace sui bond, le obbligazioni e le valute, che hanno attraversato negli ultimi mesi cambiamenti rilevanti, come ha mostrato il caso del franco svizzero».

Atterraggio burrascoso in vista
Di Cina ha parlato anche Edward Meir, senior analyst dei metalli per INTL FCStone, nel quadro delle sue riflessioni sui non-ferrosi, sottolineando come la Repubblica Popolare sia considerata la destinataria del 50% delle consegne delle materie prime di questa classe. A turbare Meir è stata però la presa di coscienza del basso tasso di incremento del Prodotto interno lordo nazionale, ferma al 7% secondo i dati ufficiali, da prendere solitamente con le pinze, e lontano dalla doppia cifra che dovrebbe esprimere per garantire all’economia del Dragone un soddisfacente stato di salute. In uno scenario nel quale mostrano segnali di tenuta i servizi, fra assicurazioni e telecomunicazioni, c’è preoccupazione per un debito salito a 25 trilioni di dollari totali (a 3,5 quello dei governi locali). Mentre i sintomi di un plausibile «atterraggio burrascoso», così come Edward Meir lo ha definito, «si ritrovano anche nelle difficoltà del settore immobiliare i cui prezzi diminuiscono di continuo». Tornando al rame, Meir ritiene correttamente – e in concordanza con Paolo Kauffmann – che la Cina costituisca un punto di osservazione privilegiato per abbracciarne le evoluzioni. «Fra il maggio del 2014 e il maggio di quest’anno», ha detto l’analista, «Pechino ne ha ridotte le importazioni del 12% ma al taglio non ha corrisposto un calo dell’output, restato anzi costante a 6 milioni di tonnellate, presso un produttore di primaria grandezza come il Cile, il cui export è tuttavia sceso del 20%». Pechino ha invece accresciuto i volumi produttivi del 10% e ci si chiede dove si trovi tutto il resto. L’adozione di stili di vita nuovi e differenti dal passato, all’ombra della Grande Muraglia, incide poi sul mercato e sulle quotazioni del piombo, che l’industria cinese utilizza ampiamente per le batterie delle biciclette elettriche, largamente in uso sulle strade di casa. Oggi al piombo si preferisce più frequentemente il litio e contestualmente si è visto come i cittadini prediligano adesso il ricorso ai mezzi pubblici, oltre che alle auto private. Questo ha causato, nell’opinione e nei calcoli di Meir, «una diminuzione delle vendite della materia prima alla Cina; per sole 30 mila tonnellate nel 2014».

Materie che respirano
Contigua al museo di Zambon che ha ospitato il 42esimo Meeting FARO c’è la cosiddetta Open Zone che la società di origine veneta ha realizzato con il contributo delle istituzioni cittadine e regionali e che è dedicata all’interscambio di conoscenze fra le aziende che vi operano, in segmenti diversi. Tema portante cui la Zona Aperta si ispira è il respiro inteso tanto in un senso puramente fisiologico quanto psicologico e mentale. Ma lo stesso respiro lo si è ritrovato in maniera quasi sorprendente nelle materie prime e in particolare nelle commodity-protagoniste dell’evento: alluminio e acciaio. Entrambe sono cruciali per lo sviluppo di una economia circolare dominata dai concetti del riciclo e del riuso, del quale possono assicurare tassi elevatissimi, come evidenziato nei panel di discussione. Lo si è visto in particolare guardando al settore degli imballaggi metallici che, data la sua vicinanza all’alimentare che è il leitmotiv dell’Expo, ha avuto anche largo spazio nel contesto del FARO. Gordon Shade, amministratore delegato di Empac, cioè l’associazione che rappresenta entro l’Ue le industrie del confezionamento in metallo, ha riferito che nel comparto la media di riciclo è pari al 70% ma ha le carte in regola per arrivare al 100%. Per questo la sigla paneuropea sta promuovendo il logo di Metal recycles forever, a descrizione delle peculiarità di totale sostenibilità della materia. L’Italia, si è successivamente avuto modo di osservare, è ben posizionata in questo contesto grazie anche all’azione di consorzi specializzati. Importanti, per capire come l’economia circolare si stia consolidando nel nostro Paese e goda di ulteriori vasti margini di miglioramento, sono le cifre che Luca Mattoni, operation manager di Ricrea, ha fornito circa l’attività del suo Consorzio, focalizzato proprio sugli imballi d’acciaio. «Riusciamo a servire, con le nostre attività circa l’81% della popolazione italiana», ha calcolato Luca Mattoni, «in virtù anche di accordi con l’Associazione nazionale dei comuni (Anci) e sono ben 397 mila le tonnellate di confezioni in acciaio recuperate nel Paese. Anche il tasso di riciclo è già rilevante ma può migliorare. Attualmente è al 75% ma il nostro obiettivo è quello di incrementarlo sino all’80%». Appartenente alla galassia di Conai, Ricrea opera dal 1997 e nel packaging può contare su 266 aziende consorziate, che la supportano nel perseguire il suo obiettivo di recupero del 50%, almeno, degli imballaggi di acciaio. Con un’azione che tocca scarti domestici e industriali e varie tipologie di rifiuto, recuperati dopo il trattamento meccanico o l’incenerimento: «Il multi-materiale leggero e pesante»; ha detto Mattoni, «e il mono materiale, composto per lo più dall’acciaio e dall’alluminio».
Analogamente il general manager di Cial Gino Schiona ha stimato che il food assorba una parte rilevante delle 63 mila tonnellate di confezioni in alluminio immesse effettivamente sul mercato tricolore nel 2014 rimarcando gli sforzi che l’industria sta conducendo per ridurne sempre il peso. «Con il riciclo», ha detto, «si può risparmiare sino al 95% dell’energia necessaria alla produzione di alluminio primario. Ciò significa minimizzare la dipendenza dai fornitori extraeuropei di materia prima. Anche se per converso le carenze di rifiuti e rottame implicano sprechi di energia e risorse». Riciclate, gente, riciclate è dunque, semplificando, uno dei messaggi trasmessi dal FARO estivo del 2015, amplificato fra gli altri dal managing director della no profit Centro Inox Fausto Capelli. Secondo Capelli in Italia si consumano ogni anno 25 chili di acciaio inossidabile per persona contro i 19 della Germania; e la Penisola può vantare sistemi e tecnologie per la produzione e la trasformazione di assoluta avanguardia. Resistente e lavabile, del tutto igienico, lo stainless steel genera prodotti «con un contenuto di materiale riciclabile pari al 60%». E sono già in corso test di riutilizzo della sua scoria, che vanta caratteristiche più nobili e performanti di quelle dell’acciaio».

Noi e l’economia circolare: voci dall’industria
Fra i protagonisti dell’industria dell’alluminio è intervenuto al più recente Meeting FARO l’esponente del downstream Constellium, con attività nell’auto e nel food packaging e un fatturato da 4,7 miliardi di euro, rappresentata per l’occasione dal responsabile marketing e vendite Raphael Thevenin. Questi ha messo l’accento sulla centralità dell’alluminio per la realizzazione di una circular economy davvero a tutto tondo, trainata dalla natura sostenibile in sé della materia e dalle policy aziendali. «Nel settore del packaging lo sforzo per la riduzione dei pesi di oggetti di uso comune come le lattine», ha detto, «è stato ingente e ha condotto a uno snellimento dei modelli pari al 30% soltanto negli anni più recenti. La contemporaneità è fatta di contenitori che rivaleggiano con Pet e vetro per riusabilità e sottigliezza e vincono la sfida garantendo ormai «spessori sottili quanto un capello». Sull’industria dell’alluminio indirizzato all’imballaggio gravano però anche alcune ombre e di queste ha argomentato il managing director di Hydro Aluminum Slim Spa Christian Muckermann, convinto che di qui al 2020 la domanda globale per tale materia prima possa aumentare del 74%. «Ma mentre il packaging è atteso a un incremento del business del 5-6% sino al 2018», ha detto, «il contenuto di alluminio per vettura prodotta potrebbe passare da 394 a 547 libbre entro il 2025». Questo significa che le esigenze dell’industria del confezionamento e il loro soddisfacimento potrebbero esser messi sotto scacco dall’appetito dell’auto, specie presso produttori non integrati. Non di solo alluminio vive però l’industria, che per quel che concerne la circolarità dell’acciaio ha dato risalto alla voce di Stéphane Tondo, board member di Apeal, rappresentante del comparto degli imballi in acciaio, appunto, che incamera 5 milioni di tonnellate di materiale l’anno, nella sola Europa a 27 Stati, destinate ad almeno 1.500 differenti tipologie di prodotto. L’essenziale, dal punto di vista della circolarità e della sostenibilità, è che la siderurgia, nei decenni a noi più vicini, ha tagliato in doppia cifra i quantitativi di energia necessari per produrre una tonnellata di materiale; dimezzando altresì le emissioni dannose. In Europa si calcola un tasso del 75% del riciclo di acciaio con il traguardo dell’80% entro il 2020, nonostante che fra un’area e l’altra le differenze si sentano, con nazioni ferme al 40% e altre già balzate sino al picco del 90%.

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