Fare impresa ai confini del mondo

(da: patagoniaspanish.com)

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Ushuaia, Terra del Fuoco, la città più a Sud del Mondo, un imbarco perfetto per chi desidera salpare per l’Antartide. Ma anche molto di più. Stretta tra le ultime propaggini della Cordigliera delle Ande ed il Mar Glaciale Antartico, a due passi dalle tempeste infernali di Capo Horn, tutto mi sarei aspettato meno di trovarmi di fronte ad un vero spettacolo del fare industria.
Quando Darwin passò da queste parti a bordo del mercantile Beagle, tra isole stracolme di pinguini leoni marini e cormorani, fu particolarmente affascinato dal vedere come gli animali avessero sviluppato strategie adattative efficienti pur di sopravvivere in luoghi così inospitali. Le stesse considerazioni sembrano valere per il tessuto industriale. Le condizioni socio-economiche del territorio sono talmente estreme che mi aspetterei poco più di una landa desolata, con qualche albergo per avventurieri e una manciata di botteghe di artigiani. A oltre 3.000 chilometri di distanza da Buenos Aires, la Capitale dove tutta la vita commerciale resta concentrata, pensare di creare un distretto produttivo appare una follia. Sarebbe un po’ come produrre in Sicilia avendo direzione, amministrazione e deposito commerciale alle porte di Mosca. Quattro ore di volo per incontrare il responsabile di stabilimento; sette giorni di navigazione e tanti in più di stoccaggio per procurarsi un qualsiasi pezzo di ricambio. Eppure questa remota regione ospita alcune delle più importanti aziende dell’Argentina.
Ne visitiamo una: ha 6.000 dipendenti e 6 milioni di euro di fatturato, ma qui la considerano di media grandezza. Produce televisori, frigoriferi, condizionatori e tanti altri prodotti con schede elettroniche. L’elettronica rappresenta infatti uno dei settori in cui il Governo ha deciso di puntare in una logica di distretto industriale. E, non a caso, i loro unici concorrenti si trovano a qualche centinaio di chilometri, praticamente i vicini della porta accanto. Approfittano di sovvenzioni pubbliche, regimi fiscali agevolati, come anche di una decisa copertura politico-istituzionale. Ne risulta a livello locale una crescita costante della popolazione e della ricchezza, con porti pieni di container e università in forte sviluppo.
Una vera e propria isola felice, un forte polo di attrazione per personale specializzato che arriva da tutto il Paese, attratto da buoni stipendi e dalla sicurezza sociale. Il resto dell’Argentina è, infatti, in una situazione caotica, che contribuisce non poco ad alimentare queste punte di eccellenza. Una nazione ricca di risorse e potenzialità, ma gestita in un’ottica di esasperato decisionismo. Isolamento internazionale, cambio fisso con le monete forti, inflazione ufficiale ben lontana da quella reale, controlli doganali serrati, divieto di esportare capitali all’estero, povertà e disuguaglianze economiche crescenti.
Guardando l’Argentina in pratica si osserva cosa accade quando uno Stato cerca di sottrarre la propria sovranità ai rischi propri della globalizzazione. E, per farlo, al giorno d’oggi, può solo avvilupparsi su se stesso. Si tratta di un’esperienza molto istruttiva per l’Italia combattuta tra il desiderio di isolazionismo e l’obbligo già assunto di far parte di una Comunità.

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