Eventi: un FARO sulla ripresa

faro2014-museo-ferrari-regesta-000Il Museo Ferrari di Maranello, location dell’eccellenza industriale è stato scelto per ospitare il main meeting di FARO The International Commodities Club, piattaforma globale per il monitoraggio e copertura delle materie prime quotate e non.
Per la 38esima volta economisti, esperti del mercato finanziario e di approvvigionamento, produttori e trasformatori di metalli industriali si sono riuniti per due giorni (3-4 aprile) densi di contenuti, offrendo da vari punti di vista non solo una panoramica delle situazione del mercato, e alcune indicazioni sulle sue prospettive, ma talvolta anche una visione ampia e articolata dei difficili problemi macroeconomici mondiali di questi anni.

«Non dimenticate che i metalli sono economia reale»
Ceo del London Metal Exchange & Co-Head of Global Markets HKEx e ospite più atteso di questo meeting FARO, Garry Jones ha raccontato all’uditorio il momento di profonda trasformazione che l’LME vive dopo l’acquisizione da parte dell’Hong Kong Stock Exchange nel 2012.
Essa apre opportunità che, ha notato Jones, difficilmente sarebbero state concepibili per un’organizzazione indipendente di proprietà dei suoi stessi clienti, con margini limitati e scarse possibilità di investimento.
Oggi invece l’LME beneficia delle consistenti risorse in arrivo da Hong Kong per istituire una clearing house e creare una nuova piattaforma tecnologica, allo stato dell’arte per velocità e stabilità, che si affiancherà alle contrattazioni condotte in forma tradizionale. Tra queste Jones ha ricordato con speciale orgoglio i ring ove «i prezzi delle commodity vengono fissati alla luce di un meccanismo di definizione dei loro valori in tempi limitatissimi, con persone che compiono offerte concrete per il mercato mettendo in gioco i loro capitali»Le innovazioni in preparazione (la clearing house aprirà a settembre) non toglieranno all’LME la sua identità di luogo nel quale l’intera catena del valore del metallo è rappresentata, dai produttori, ai consumatori di tutti i tipi, ai riciclatori, ai fondi di investimento, migliorandone le performance.
Sulle prospettive macro del mercato, Jones ha invitato l’uditorio a tenere presente che «i metalli sono economia reale», e che questa constatazione assume un significato ricco di prospettive se riferita al mercato cinese: un Paese enorme dove i proprietari di auto sono ancora solo l’8,5% della popolazione, gli abitanti delle città il 52%, e in cui forse la classe media uguaglierà in numero entro il 2020 quella dell’Unione europea.
«Faremo ciò che è meglio per il mercato» è l’impegno dell’LME sotto la guida di Jones.

I mercati dei metalli: una finestra sul mondo contemporaneo
Tra il mondo dell’economia globale e dei suoi protagonisti, in primis Usa e Cina, e quello dei metalli, la correlazione è forte, come alcune relazioni del FARO hanno mostrato.
David Lilley, cofondatore di RK Capital Management LLP, è partito domandando: «La richiesta di metallo della Cina ci dice che si sta avvicinando il collasso?». Per fortuna, no. Lilley ha invitato a non farsi prendere da soverchie preoccupazioni guardando le corte barre di gennaio e febbraio nell’istogramma dell’andamento del consumo dei metalli in Cina: si tratta, per gran parte, di un fenomeno stagionale. Non ci sarà meltdown perché il governo cinese ha il potere (politico e finanziario) di evitarlo, e vuole evitarlo, avendo tutto l’interesse a mantenere un contesto stabile per le sue operazioni di razionalizzazione dei meccanismi economici. Le condizioni interne sono favorevoli, specie per il limitato debito estero (il debito cinese, benché ingente, è soprattutto con i risparmiatori locali).
Di broker non conflittuali e del loro ruolo nel prossimo futuro dell’LME ha parlato Steven Spencer, Ceo di Traderight. I benefici per il mercato dell’ingresso di operatori di questo tipo, ha spiegato, sono molteplici; tra questi la loro capacità di aggregare piccoli clienti che le banche non vogliono; la trasparenza dei prezzi migliorata grazie alla più forte competizione; la diversificazione del rischio concentrato nell’LME allontanandolo dalle banche. Certo, con grandi difficoltà dovute anche a un contesto regolativo che tende a concentrare il rischi nelle maggiori banche, «troppo grandi per fallire» e suscettibili d’esser salvate a spese dei contribuenti. I notevoli (e crescenti) costi della regolazione possono essere meglio sopportati dai grandi operatori che sfruttano consistenti economie di scala. Ma ci sono opportunità dovute anche al fatto che con Basilea 3, per Spencer, «le attività bancarie sulle commodity caleranno di importanza e intensità, e le clearing house devono aprirsi ai broker minori e garantirli».
Markus Fyhr, sales manager della svedese Boliden, si è concentrato sulla situazione della domanda e dell’offerta di piombo. Se tra 2012 e 2014 la produzione globale di auto è cresciuta del 4% medio annuo (Per lo più in Cina ma anche in Usa e Ue), quella del piombo è salita di circa il 4,5%. Il consumo di piombo è all’85% per batterie, ed è prevedibile che l’80% della crescita 2012-2014 sia in Cina, dove il 50% del consumo è nella produzione di batterie per biciclette elettriche.
Il piombo è la commodity più riciclata in assoluto, per il 95% almeno. Un «metallo sostenibile» dunque, secondo Fyhr, per il quale la produzione da batterie esauste sta acquisendo importanza, specie in Europa, dove una notevole overcapacity garantisce che nei prossimi anni le fonderie potranno sostenere consumi crescenti.
Problemi ci saranno sul lato supply. Secondo Fyhr la produzione primaria soffrirà dell’esaurirsi di alcuni giacimenti, e serviranno ingenti investimenti in progetti estrattivi. Poiché il piombo è, con l’argento, un sottoprodotto dell’estrazione di zinco, per compierli occorrerà che i prezzi del piombo, quelli dello zinco e dell’argento siano tali da renderli possibili. Fyhr ha dato poi conto di come l’aumento, dal 2009, del prezzo del battery scrap stia mettendo a dura prova i secondary smelter. E di come il settore dovrà confrontarsi con un inasprimento della legislazione ambientale che renderà la sfida dei profitti ancora più ardua.

«Una generazione di debiti verrà cancellata»
Uno scenario tutt’altro che rassicurante quello presentato da Simon Hunt, fondatore della società di consulenza inglese Simon Hunt Strategic Services ed esperto dell’economia cinese. Secondo Hunt l’evoluzione del mondo economico e finanziario sta erodendo rapidamente la leadership degli Stati Uniti e il confronto da una parte tra Usa e loro alleati, e dall’altra Russia, Cina, Paesi emergenti (presto anche quelli del Golfo) arriverà al livello di una nuova guerra fredda. Hunt è partito dalla constatazione che l’enorme corporate debt cinese, il più alto del mondo, è sottostimato grazie ad artifici che nascondono un cash flow quanto mai negativo. Banca centrale e istituzioni cinesi mirano a fare ordine nel «financial mess» del Paese, per prevenire l’iperinflazione e la distruzione del suo mercato. «Il governo cinese e le maggiori banche si stanno preparando a far fronte a uno shock peggiore di quelli del 1997 e del 2008», ha detto Hunt.
Poiché «non è più interesse del Paese continuare ad accumulare riserve in valuta estera» (avrebbe detto secondo Hunt il vicegovernatore della Banca centrale) il surplus verrà usato per acquistare asset fisici all’estero, e per importare key commodity in surplus rispetto al consumo corrente. Insomma «non saranno i fundamental di materiale fornito e materiale che va nelle fornaci a far alzare i prezzi del rame».
Bric, emergenti, forse i Paesi del Golfo, sono stanchi secondo Hunt di sopportare il peso dell’egemonia Usa. L’epoca quarantennale del dominio del dollaro sta per finire. Schiacciati da un enorme deficit federale e da un’inflazione che è molto più alta di quanto si voglia far credere, gli Usa non possono garantire l’affidabilità del dollaro, Russia e Cina non si fidano più e stanno percorrendo strade alternative. Si sviluppano così progetti volti a creare una multi reserve currency unit comprendente oro e le maggiori divise, compresi yuan e rublo. E questo è il quadro della prossima ascesa globale dello yuan.
La guerra finanziaria in corso ha pesanti risvolti politici, e la crisi ucraina è oggi, secondo Hunt, il più evidente. Durissima la sua presa di posizione contro gli Stati Uniti per il ruolo giocato in questa vicenda, e netta la sua sintesi: «Il conflitto non è per la Crimea, ma riguarda l’evoluzione del mondo in due campi distinti e l’inizio di una nuova guerra fredda».
«Inoltre il debito globale continua ad aumentare più velocemente del Pil. Questo è insostenibile e l’élite finanziaria lo sa», e sta fomentando una crisi violenta, necessaria per provocare un cambiamento strutturale, creando bolle seriali nel panorama finanziario, che esploderanno dal 2015. Buoni indicatori predittivi di una crisi in arrivo, i margini del mercato azionario non sono mai stati così alti dal 1929.
Sui metalli, e in particolare il rame la previsione di Hunt è che il prezzo salirà alle stelle a fine anno (attorno ai 12 mila dollari) per poi crollare, verso un minimo attorno ai 1.500 dollari nel 2016 e stabilizzandosi poi tra 2 e 3.000 dollari. «Una generazione di debiti sarà cancellata e saranno posti i fondamenti di un nuovo periodo di crescita sostenibile, liberata da debito e inflazione».

Dopo il Dragone, il Cigno nero
Non scevre di preoccupazioni, ma molto meno fosche le previsioni di Edward Meir, senior metals analyst di Intl FCStone
Vero che la Cina ha un debito al 250% del Pil, ma ha risorse e volontà per mantenere la situazione sotto controllo. Il problema, secondo Meir, è se vi sarà una crisi del credito: i dati storici analizzati da Morgan Stanley mostrano che dal 1960 quando un Paese ha avuto un aumento del debito simile a quello cinese, una crisi del credito ne è infallibilmente seguita. Preoccupanti sono poi la modesta crescita Usa e il primo «cigno nero» dell’anno, l’effetto-Ucraina sull’economia russa.
L’Europa sta finalmente lasciando il fondale della recessione e sta risalendo: un tasso di crescita della produzione industriale che non si vedeva da metà 2011, vendite auto in ascesa, recupero di fiducia; e i benefici dell’annuncio «faremo tutto ciò che serve» del governatore della Bce Mario Draghi. Ma i problemi strutturali restano: riforma fiscale, struttura politica pesante e lenta, rigidità del lavoro, alto tasso di disoccupazione e impatto negativo dell’euro sulle esportazioni. E in più, le possibili implicazioni della crisi russa sull’import di energia e sugli investimenti oltreconfine. Per Meir quest’anno si arriverà progressivamente a prezzi più bassi, che potrebbero risalire però nel 2015, e forse dei mini-bull market nel passaggio da surplus a deficit e con il progressivo esaurirsi delle scorte. Così, dopo tre anni di «terrible bear market» c’è spazio per l’ottimismo.

La fine delle due correlazioni
Centrali nell’intervento di Paolo Kauffmann, Fondatore di FARO, l’avvenuta separazione dell’andamento del Crb da quello dei titoli in borsa, da lui constatato dal 2012, e dell’altrettanto netto divario delle fortune delle diverse materie prime. Dopo un decennio di andamento parallelo, dalla fine del 2011 Crb (stabile o in leggero ribasso) e S&P’s 500 (trend in ascesa dal 2009) viaggiano in direzioni divergenti e tornano alla normalità pre-2003 di una indipendenza dei due indici. «Personalmente ho sempre considerato una distorsione la correlazione di materie prime e borsa. Credo si stia tornando a un mondo più sano», ha detto Kauffmann.
Il mercato azionario vedrà incrementare la volatilità, e nel mondo delle materie prime il Crb perderà d’interesse perché «al suo interno accadranno cose totalmente diverse. Se in passato agricoli, non ferrosi, preziosi avevano andamenti molto simili per via del denaro immesso dal quantitative easing, ora si nota una forte decorrelazione tra le varie materie». Evidente è la divaricazione tra l’ottima performance dei coloniali e la forte discesa dei preziosi; la finanza non ha smesso di investire in materie prima ma oggi è necessario porre attenzione specifica ai singoli comparti. Per Kauffmann i fenomeni di volatilità sono determinanti nei bilanci aziendali quanto le previsioni di salita o discesa dei prezzi; e il Ceo di Kauffmann&Sons ha evidenziato i recenti fenomeni di svalutazione in Turchia, Brasile, Russia; e anche in Cina dove, per la prima volta (escluso l’episodio del secondo trimestre del 2012), lo yuan è stato svalutato.
Tornando alle commodity l’oro aveva avuto un ribasso molto forte, stava cercando una soglia di consistenza ma era in una fase di debolezza; aveva risentito più delle altre dell’effetto del quantitative easing. Petrolio: la volatilità si stava restringendo e si andava verso una riduzione dei massimi. Per il rame si prevedevano un incremento di volatilità e la risalita dei prezzi, ma «mai come quest’anno sentiamo che il mercato del rame è estremamente dipendente dalla Cina». Ancora, attenzione alla volatilità: «Non credo che l’industria abbia bisogno prezzi stabili ma l’eccesso di volatilità non è un bene». Si era interrotta la precedente tendenza positiva dello zinco, rimbalzato a inizio anno, e l’alluminio aveva rotto verso il basso (ma con bassa volatilità). Il piombo era sceso dopo una bella fase di crescita; ma di certo, ha osservato Kauffmann, sono passati i tempi in cui si prevedeva che sarebbe sceso a 50 dollari e sarebbe stato de-listato: ora vale più dell’alluminio. Bene il nickel: «The bird is flying», ha detto Kauffmann, e non sarebbe la prima volta che esso anticipa una tendenza a cui si accodano poi gli altri metalli.

Kerb time: luci e ombre dal mercato dei metalli
L’espressione Kerb Time indica le sessioni di Borsa durante le quali vengono trattati tutti i metalli LME simultaneamente, a differenza dei Ring dedicati a singoli metalli. A Maranello esso si è trasformato in un giro di tavolo tra vari operatori italiani dei settori dei metalli e dell’energia nella sala conferenze del Museo Ferrari.
Laura Montelatici di Kme Italy si è mostrata cauta nel fare previsioni sull’andamento del rame. Una ripresa in marzo aveva fatto seguito a un periodo di flessione del prezzo, e c’era stato qualche problema di reperibilità di materiale (soprattutto rottami). Non si vedevano al momento, secondo Montelatici, le condizioni di notevoli variazioni di prezzo.
Piero Lagattolla, neo consigliere di Cauvin Metals, parlando di piombo, ha ricordato come l’inverno mite abbia avuto un effetto depressivo sul settore delle batterie (che assorbe l’85% della produzione) e ha parlato dei rilevanti problemi di approvvigionamento delle batterie esauste per la produzione secondaria. Il prezzo era molto stabile, da tempo fermo attorno ai 2mila dollari, e Lagattolla ha espresso la previsione che si manterrà a questo livello anche nella seconda metà del 2014.
Il settore alluminio ha cambiato il suo volto, ha perso le sue sicurezze e accettato nuove sfide. A causa della crisi? Forse sarebbe accaduto lo stesso. Così ha esordito Paolo Menossi di Global Consulting Team, e ha proseguito: in un mercato che chiedeva poco c’è stata un’offerta anche minore, e di qui la salita dei prezzi. Tre i fattori principali, secondo Menossi. Il primo è – ovviamente – la Cina: negli ultimi 10 anni il mercato mondiale del primario è passato da 25 milioni di tonnellate (la parte della Cina era il 10%) a 50 (e la Cina ora vale il 50%). Secondo: i primaristi hanno chiuso o hanno ridotto. Negli ultimi anni da più di tre milioni di tonnellate a meno di due. Perché? Perché il livello di 1.700-1.800 dollari degli ultimi anni all’LME a malapena paga i costi delle materie prime necessarie alla produzione (allumina, energia e anodi). Terzo fattore, conseguenza del secondo: il poco che è prodotto ha visto, logicamente, un aumento fortissimo dei premi.
Ha esteso la descrizione della situazione il presidente di Assomet Mario Bertoli. Se il settore laminati era tornato a livelli 2009, a -20% rispetto al picco del 2007, quello degli estrusi era crollato da 400-450mila tonnellate a 220mila: «un mercato schiantato; una guerra economica, non una crisi; in questi ultimi due anni in Italia sono successe cose mai viste dal dopoguerra. È sparita, forse in modo permanente, la domanda legata all’edilizia, perciò chi rimane deve convertirsi ad altri settori. Ma servono investimenti che pochi possono permettersi. La strada giusta è quella seguita dai tedeschi, di uno sforzo collettivo dei produttori associati per cambiare e crescere insieme». Un’operazione alla quale in Italia i produttori non sono sembrati molto propensi.
Sugli acciai ha preso la parola Romano Pezzotti, presidente di Assofermet Rottami Ferrosi. «Sento che si sta formando qualcosa di positivo», ha detto Pezzotti, «il trend per il 2014 è promettente, i prezzi non dovrebbero scendere». Il rottame era sempre il locomotore della siderurgia in Italia; ma il problema era il reperimento della materia prima, solo per il 30% di origine nazionale, e non si vedevano all’orizzonte azioni strutturali per risolvere questo problema. Comunque, osservava il presidente, il settore stava uscendo dal periodo delle più gravi difficoltà. La concorrenza cinese? «In passato i prodotti innovativi giunti dall’Estremo Oriente hanno manifestato talmente gravi problemi di qualità che sono praticamente spariti. L’acciaio che facciamo qui è di qualità, e inoltre abbiamo una flessibilità di produzione e una capacità di adeguarci ai trend che ci rendono fortemente competitivi: siamo ancora tra i primi della classe». Infine, l’energia: un settore chiave per la produzione dei metalli e la determinazione dei loro prezzi. Il Direttore di Edlo Energy Riccardo Tomasoni è stato gradito ospite del Kerb. «L’Italia», secondo Tomasoni, «potrebbe in prospettiva diventare l’hub del gas dal Nord Africa per rifornire i Paesi dell’Europa centro-settentrionale, dove comincia a scarseggiare il gas dal Mare del Nord», per avere in prospettiva uno spread di segno inverso rispetto a Germania e Olanda. Restava l’annoso problema del peso degli oneri e agli accessori, ma c’erano buone prospettive di riallinearsi con i competitori europei. Anche grazie ai primi effetti benefici dello sviluppo di energie rinnovabili sul contenimento dei prezzi.

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